POLTERGEIST

(Regia: Gil Kenan, 2015, con Sam Rockwell, Rosemarie DeWitt, Saxon Sharbino, Kyle Catlett, Kennedi Clements, Jared Harris)

POLTERGEIST

Inutile e superfluo oggigiorno accanirsi ancora contro remake e reboot. Hollywood ci campa da sempre sul riciclo di idee passate, e ha dimostrato più volte, nel corso del tempo, di saper reinventare con intelligenza i propri miti. Sulla carta il rifacimento di Poltergeist – Demoniache presenze (1982) aveva tutti gli ingredienti per poter funzionare: Sam Raimi a produrre con la sua Ghost House, la curiosa scelta di Gil Kenan come regista (in precedenza si era cimentato con il bel horror in animazione digitale Monster House), il premio Pulitzer David Lindsay-Abaire (ormai specializzatosi in raffinati film per “famiglie” come Robots, Le cinque leggende e Il grande e potente Oz) che poteva conferire alla sceneggiatura il giusto tono da fiaba nera, e un cast di tutto rispetto (tra gli altri Sam Rockwell, Rosemarie DeWitt e Jared Harris). Il risultato, invece, non solo fa amaramente rimpiangere il magnifico film diretto da Tobe Hopper (e Steven Spielberg) oltre trent’anni fa, ma sfigura anche se confrontato con recenti horror sugli stessi temi come L’evocazione e Insidious. Se l’incipit tenta di attualizzare il sottotesto politico della pellicola precedente (stavolta la casa infestata è svenduta dalla banca ad un prezzo stracciato dopo essere stata pignorata a causa della crisi economica che ben conosciamo), il resto pare inchiodato ad un modo di intendere il cinema, e la paura, superato da decenni. Profluvio di inutili effetti digitali, mediocri e prevedibili spaventi, patetici tentativi di ricreare “frame by frame” le sequenze cult del film originale (come quella del pupazzo clown animato), assurdi buchi logici (la bimba scompare e i genitori – senza muovere ciglio – evitano di contattare la polizia e si rivolgono ad un gruppo di indagatori del paranormale?!), totale mancanza di un adeguato climax drammatico (sembra quasi che alcune parti siano state sforbiciate in sede di montaggio), laddove Hopper lasciava saggiamente che l’atmosfera di terrore all’interno di un contesto ordinario crescesse gradualmente. Un remake noioso e involuto ancor più che brutto, in cui non c’è un singolo momento che scuota dal torpore o lasci qualche segno nella memoria. (ap)

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