L’ULTIMA TEMPESTA

(Regia: Craig Gillespie, 2016, con Chris Pine, Casey Affleck, Ben Foster, Eric Bana, Holliday Grainger)

L’ULTIMA TEMPESTA

Da una storia vera. Nel 1952, a Cape Cod, un coraggioso gruppo di guardiacoste si imbarca in una missione di soccorso per recuperare l’equipaggio di una nave petroliera spezzata in due da una tempesta in mare aperto. Mentre sulla nave fatta a brandelli l’ingegnere misantropo e inviso ai colleghi Sybert (Casey Affleck) tenta di prendere tempo per ritardare l’inevitabile affondamento, sulla terraferma il marinaio Bernie Webber (Chris Pine), in procinto di sposarsi e con sulla coscienza un salvataggio fallito costato la vita a otto persone, è inviato dai suoi superiori a guidare una disperata missione di salvataggio. La produzione è Disney (si vede anche dal dispendio di risorse, che goduria sarebbe vederlo proiettato in formato Imax), il regista è quel Craig Gillespie che già aveva dimostrato intelligenza e misura sia in ambito indie (il bell’esordio Lars e una ragazza tutta sua) che in territori mainstream (il sottovalutato remake di Ammazzavampiri: Fright Night), eppure i magri incassi in patria hanno “condannato” l’uscita nel nostro paese ad un pugno di sale. Peccato. Perché nessuno oggi ha più il “coraggio” di fare film come questo. Eroismo, sacrificio, onore “virile”, lo scontro sempre attuale tra uomo e natura: dietro questi temi emerge uno spettacolo avvincente come pochi altri in tempi recenti, che non eccede mai in retorica o scivoloni di gusto. E se in filigrana affiora un elogio, poi non così scontato, del working class man, disposto a disobbedire agli ordini dei miopi superiori pur di fare la cosa giusta, in quello che è un film soprattutto di “uomini” spicca anche il personaggio della graziosa Holliday Grainger, che ribalta, letteralmente, il luogo comune della damigella in apprensione per il compagno disperso in mare, prendendo in continuazione le redini della situazione (a partire dalle prime sequenze, dove è la donna a chiedere all’innamorato di sposarla, e non il contrario, com’è usanza). Diversi sfoggi di tecnica e bravura mai fini a sé stessi (come il piano sequenza che parte dalla prua della petroliera per arrivare sino alle sue viscere, che vale tutto The Revenant) e intense musiche del “coeniano” Carter Burwell. Da recuperare. (ap)

voto_4