GHOSTBUSTERS

(Regia: Paul Feig, 2016, con Melissa McCarthy, Kristen Wiig, Kate McKinnon, Leslie Jones, Chris Hemsworth)

GHOSTBUSTERS

La storia dietro al remake del cult anni ’80 Ghostbusters (simpatica commedia horror impreziosita dal talento dei protagonisti, ma non facciamone un capolavoro) è probabilmente più interessante del prodotto finale. Dieci anni di chiacchiere partendo dall’iniziale idea di produrre un sequel delle pellicole precedenti, una moltitudine di riscritture, l’improvvisa scomparsa di Harold Ramis, infine la scelta di affidarne la regia, anziché a Ivan Reitman, a Paul Feig (quello del serial cult Freaks and Geeks e de Le amiche della sposa e Spy, insomma scuola Apatow) con un cast tutto al femminile. Apriti cielo. La pellicola di Feig è stata ricevuta dai fan con una campagna di odio preventivo che fa venir voglia di difenderla “nonostante tutto”. Non c’è nulla di scandaloso nel rifare un classico invertendo il sesso dei personaggi, benché l’idea più che derivare da impeti femministi ci sembra abbia astutamente anticipato l’onda di calcolato politically correct che sta invadendo l’industria dello spettacolo Usa (il nuovo Iron Man dei fumetti è una donna – di colore – e intanto sono in arrivo svariati film con supereroine in calzamaglia, Wonder Woman in testa). Nel confronto con il film dell’84, questo remake è molto più comedy che horror, dà ovviamente molto meno spazio all’improvvisazione e mette a confronto le quattro protagoniste con un mondo in cui sono uomini ottusi ad avere l’ultima parola. Il nuovo Ghostbusters è un prodotto totalmente indolore, innocuo, inutile come la maggior parte dei remake odierni, ma non è nemmeno la catastrofe totale paventata dagli haters. Si può ammettere senza timore d’essere folgorati da una forza divina che il film di Feig, per quanto zoppichi nel ritmo e andasse sforbiciato qua e là, un paio di risate le riserva. Chris Hemsworth fa il segretario-oggetto bellissimo e tontolone, scelta di casting geniale, e la brava Kate McKinnon ruba la scena alle colleghe interpretando uno scienziato davvero folle e sessualmente ambiguo. Un paio di camei (del vecchio cast al completo) sono gustosi quanto inaspettati e la fotografia di Robert D. Yeoman (abituale collaboratore di Wes Anderson) restituisce una New York scintillante che poco ha da invidiare a quella di Kovàcs per il capostipite della serie. Al netto di un passatempo che si dimentica poche ore dopo la visione, che non possiede l’anarcoide irriverenza del film originale, e che stenta tra l’omaggio nostalgico e le reinvenzione. Certo, più che un analisi tout court del film di Feig, sarebbe costruttivo analizzare i nuovi meccanismi di ricezione di un oggetto corporativo come questo Ghostbusters: viviamo in un’epoca in cui sono i fan a decidere e definire come deve essere un prodotto (basti pensare come si è corretto il tiro dell’ultimo Star Wars dopo le libertà narrative e stilistiche di Lucas nella sua trilogia di prequel), e l’”errore” più grande dei realizzatori di questo remake è stato ignorare totalmente le richieste del pubblico che ne avrebbe fruito. Non a caso, i risultati al botteghino sono stati modesti in patria così come altrove. (ap)

voto_3