PARADISE BEACH – DENTRO L’INCUBO

(Regia: Jaume Collet-Serra, 2016, con Blake Lively, Oscar Jaenada)

PARADISE BEACH – DENTRO L’INCUBO

La giovane Nancy viaggia sino ad un’isolata (e senza nome: Paradise è una concessione dei titolisti nostrani) spiaggia in Messico, meta prediletta della prematuramente scomparsa madre, per ritrovare sé stessa e fare surf lontano dalla civiltà. A poche centinaia di metri dalla spiaggia si trova però preda della caccia di un enorme e famelico squalo bianco, che la obbliga a cercare rifugio su un minuscolo isolotto. Nancy non ha nessuno a cui chiedere aiuto, è ferita gravemente ad una gamba e mentre il tempo scorre, l’alta marea sta per sommergere il suo riparo. Sulla carta poteva essere una sofisticata e teorica riflessione sull’utilizzo della suspense, in unità di luogo e (quasi) tempo, con una protagonista che sta in scena da sola per tre quarti della durata. Nei fatti, nonostante il bravo regista catalano Jaume-Collet-Serra (La maschera di cera, Orphan, Non-Stop) dimostri perizia tecnica (spettacolari le immagini del direttore della fotografia Flavio Martìnez Labiano), capacità nel mantenere la tensione costante e (soprattutto) sintesi, ci troviamo di fronte ad un prodotto potabile quanto vacuo, in cui non si va mai al di là della superficie della pellicola “di genere”. Per ogni buona idea nella sceneggiatura di Anthony Jaswinski (già autore del deprecabile home invasion Kristy), come quella del campo “minato” di meduse, ce ne sono altre tre imperdonabilmente sciocche (il gabbiano a cui la protagonista “aggiusta” un ala) o che appesantiscono inutilmente l’insieme (il pistolotto familiare che conclude nella melassa più indigesta il tutto). La struttura narrativa più che all’ovvio Squalo spielberghiano è imparentata alla sfida tra la protagonista femminile e la minacciosa creatura di Alien, ma non basta qualche citazione, timidi accenni splatter e la bellezza mozzafiato di Blake Lively a fare un film memorabile. (ap)

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