THE BEATLES: EIGHT DAYS A WEEK

(Regia: Ron Howard, 2016, documentario)

THE BEATLES: EIGHT DAYS A WEEK

1963-1966. Gli anni dei tour mondiali dei Beatles, dall’improvvisa quanto inaspettata esplosione della Beatlemania ai concerti negli stadi, sino alla decisione di ritirarsi dalla dimensione live per privilegiare il lavoro in studio. Il documentario di Ron Howard si concentra su un periodo importantissimo nella storia dei Fab Four, quello che più di tutti ha contribuito a decretarne la sconfinata popolarità e il rivoluzionario ruolo nella creazione della controcultura giovanile. Per poi soffermarsi sulla sofferta decisione di abbandonare i palchi, dovuta allo stress, alle innumerevoli pressioni, alla convinzione (esatta) che lo status cult della band avesse ormai superato nell’interesse del pubblico quello per la loro musica. Dagli entusiasmi adolescenziali, in cui i quattro di Liverpool vivevano la fama come uno scherzo, alla consapevolezza adulta di essere diventati qualcosa più di un fenomeno passeggero, il film di Howard indaga con precisione e con grande ricchezza di materiali, sia d’epoca che attuali (con interviste realizzate ad hoc a Paul McCartney, Ringo Starr ed altre celebrità che nei ’60 erano giovani fan dei Beatles). Lo stile è convenzionale, quasi televisivo, e gli aneddoti raccontati non aggiungono nulla a quanto un fan medio della popolare band non sappia già. L’agiografia è dietro l’angolo, le cattiverie sono tenute a bada e molti temi potenzialmente interessanti (l’influenza sui giovani di allora, la fermezza nel rifiutare la segregazione razziale nei loro live americani) sono appena sfiorati. Il valore aggiunto sta appunto nell’abbondante quantitativo di materiale d’epoca inedito rispolverato per l’occasione, con tantissime sequenze di esibizioni musicali messe a lucido sia nell’aspetto visivo, che, soprattutto, rimasterizzate in quello sonoro. Difficile non emozionarsi davanti alla performance allo Shea Stadium, con un pubblico di quasi 60mila persone, dove i Fab Four danno prova di grande bravura e professionalità, ed eseguono i loro brani nelle condizioni tecniche più arrembate. Così come è arduo non farsi travolgere, ancora una volta, dall’energia di una band che, consapevolmente o meno, ha cambiato il modo di intendere la musica, e il mondo. In sala solo per pochi giorni, in contemporanea mondiale. (ap)

voto_3