AMMORE E MALAVITA

(Regia: Manetti Bros., 2017, con Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso)

AMMORE E MALAVITA

Una delle caratteristiche del pastiche contemporaneo è senza dubbio l’impulso di stipare una messe infinita di suggestioni, generi, ricordi cinematografici e gusti differenti dentro lo stesso contenitore (che per adesso si chiama convenzionalmente “film”: ma tra altri Valerian e la città dei mille pianeti di Luc Besson indica, in modo impreciso ma inequivocabile, che è forte la tentazione di una forma che non tenga conto solo dell’istanza narrativa e dell’hic et nunc). Non fanno eccezione i Manetti i quali, all’inizio di Ammore e Malavita prendono le mosse da un (finto) funerale per chiarire che se di sceneggiata napoletana si tratta – in gran parte narrata in flashback –, la loro è così rimpinzata di una tale enormità di citazioni, omaggi e ricalchi da accontentare un po’ tutti i palati. Però la logica da film-cocktail esige un prezzo: l’esibizione ripetuta e sfrontata di tutti gli ingredienti, quasi a ricordare continuamente che il prodotto non va preso sul serio, se non per godere della mescita, intesa più come luogo e crocevia del piacere di riconoscere il noto che come “ponte” su un altro cinema. Facile allora battere il piede con Serena Rossi e la sua versione di What a Feelin’ o scambiare nel crepuscolo il Golfo di Napoli per quello di Hong Kong, con uno scugnizzo che diventa come i killer impersonati da Chow Yun-Fat. Ma non c’è da stupirsi se la cinefilia è insufficiente a nutrire due ore e un quarto di proiezione in cui non tutto suona convincente, tutt’altro. Il cinema non è, checché si dica, solo un fatto di am(m)ore, e il crogiolo e la bilancia del chimico sono molto spesso utili come e più del trasporto verso la materia trattata. Il cocktail dei Manetti ha gusti sfiziosi ed etichetta elaborata, ma è così allungato d’acqua da perdere buona parte del suo sapore. (dz)

voto_3