UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

(Regia: Sean Baker, 2017, con Willem Dafoe, Brooklynn Prince, Bria Vinaite, Aiden Malik)

UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

Vivono in un angolo di paradiso, Moonee e i suoi piccoli amici. Tra il Magic Castle di colore viola, le Futureland e le fallite speculazioni edilizie che hanno lasciato disastri sul territorio all’indomani della crisi (un po’ come accadeva in 99 Homes di Ramin Bahrani, con cui il film di Baker condivide una certa insistenza didascalica), possono trovare sempre nuovi motivi di divertimento e impertinenza. Ma la realtà è diversa, e la grama vita a cui sono costretti i loro genitori è la spia di un malessere che finisce col travolgerli e far loro preferire la fuga nella fantasia. Dopo una serie di film (Prince of Broadway, Starlet, Tangerine: da noi tutti presentati in quell’isola felice che è il Torino Film Festival) in cui aveva messo in luce uno sguardo originale e insolito, Sean Baker approda nelle sale italiane con quella che è forse la sua opera meno convincente. Scegliendo di posizionarsi costantemente ad altezza bambino, il film mantiene quale propria cifra di fondo un fastidioso assunto moralizzatore. La debolezza della trama dà ampio spazio all’aneddotica sulle giornate dei ragazzini con le loro marachelle e i loro scherzi, opposte – ma non sempre – a quelle di adulti che non sono tali per maturità e che saltellano tra una faticosa compliance (come nel caso del manager impersonato da Willem Dafoe) e gli stratagemmi per sbarcare il lunario. Tutto un po’ troppo semplice, malgrado i colori squillanti e gli espliciti intenti di denuncia. (dz)

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