BOHEMIAN RHAPSODY

(Regia: Bryan Singer, 2018, con Rami Malek, Lucy Boynton, Gwilym Lee, Ben Hardy, Joseph Mazzello, Aidan Gillen, Mike Myers)

BOHEMIAN RHAPSODY

Mentre scrivo queste righe Bohemian Rhapsody si appresta a superare al box office nostrano i sedici milioni di euro (nel resto del mondo ha già incassato oltre 620 milioni di dollari). Il secondo maggior incasso dell’anno, subito dopo il blockbuster Avengers: Infinity War. Ma anche quel traguardo verrà superato a breve con la complicità delle festività natalizie. Un successo che si spinge al di là di ogni più rosea previsione e che premia un biopic musicale sanamente “populista”. Perché non è difficile immaginare Brian May e Roger Taylor (produttori esecutivi) posti davanti al bivio tra il progetto più introiettato e problematico di Stephen Frears e della star Sacha Baron Cohen, e la versione edulcorata e più spettacolare di Bryan Singer che optano felicemente per il “print the legend”. Al netto infatti di svariate imprecisioni storiche (come l’ottuso manager discografico interpretato da Mike Myers, che manco è esistito), superficialità, conservatorismo di riporto (meglio sorvolare sul “ritorno all’ordine” della “diversità” del protagonista), la pellicola di Singer riesce nell’intento di restituire la grandeur e l’energia di una rock band (e soprattutto del suo leader indiscusso Freddie Mercury, interpretato dal bravo Rami Malek) all’apice della propria vitalità. E che saggiamente rifugge dai pettegolezzi e dal privato, scegliendo di puntare i riflettori sulla componente musical-spettacolare che fu la vera forza motrice all’origine della leggenda dei Queen, per concludersi con i venti indimenticabili minuti al Live Aid allo stadio Wembley che consegnarono la band inglese alla definitiva immortalità. (ap)

voto_3