LONTANO DA QUI

(Regia: Sara Colangelo, 2018, con Maggie Gyllenhaal, Gael Garcìa Bernal, Rosa Salazar, Parker Sevak)

LONTANO DA QUI

Lisa Spinelli è una maestra d’asilo che da più di vent’anni insegna a Staten Island. Un giorno, dopo una lezione in classe, Lisa rimane colpita dal piccolo Jimmy Roy, un bambino di 5 anni capace di elaborare e declamare poesie di grande complessità emotiva. Riconosciuto lo straordinario dono del bimbo, Lisa inizia un legame molto stretto con Jimmy, cercando di supportarlo e allenarlo nella sua dote creativa, nonostante la famiglia del piccolo e l’ambiente scolastico non paiano offrire i giusti stimoli. Remake dell’omonimo film israeliano del 2014 scritto e diretto da Nadav Lapid, The Kindergarten Teacher (in Italia uscito col bislacco titolo Lontano da qui) è stato presentato in anteprima mondiale al Sundance 2018 (dove si è aggiudicato il premio per la miglior regia) ed è poi approdato nel mese d’ottobre sulla piattaforma Netflix. Scritto e diretto da Sara Colangelo, all’opera seconda dopo Little Accidents del 2014, il cast vede Maggie Gyllenhaal nei panni della protagonista, affiancata dal piccolo Parker Sevak. The Kindergarten Teacher unisce dramedy e coming of age in un’atmosfera malinconica assicurata da una regia precisa e da una messa in scena di mestiere. Un film interamente basato sul rapporto a due tra la maestra Lisa (un’ottima, equilibrata ed emotiva Maggie Gyllenhaal) e il piccolo Jimmy, bimbo capace di creare poesie, che passa dalla tenera affezione alla ricerca del contatto e del sentimento. Un film non nuovo, ma giustamente chiaroscurale nei toni, sulla necessità di vedere le cose in altro modo e con altro sguardo, che sia la poesia stessa o che siano gli occhi di un bambino. La cosa più spiazzante è la mancanza di un messaggio edificante che il film non porge, anzi il personaggio di Lisa nasconde interessanti vene d’inquietudine nel suo voler vedere il riscatto della propria vita attraverso le parole di un bambino, o nel vivere della luce riflessa di un talento non suo. Che sia invidia o meraviglia non è dato saperlo. E merita riflessione anche il finale cinico sull’incapacità della società di ascoltare le emozioni. (rt)

voto_4