BANDERSNATCH

(Regia: David Slade, 2018, con Fionn Whitehead, Will Poulter, Asim Chaudhry, Craig Parkinson, Alice Lowe)

BANDERSNATCH

È il film più chiacchierato del momento, sia perché è una produzione Netflix sia perché era inevitabile che l’interattività arrivasse alle immagini in movimento con persone reali: già sperimentato nell’industria del porno, ma amici gamer mi informano che già nel 2002 un Metal Gear prevedeva come plot twist la ribellione di Solid Snake alle scelte del giocatore, e lo stesso avviene in questo Bandersnatch. Il quale, all’interno della narrazione, è sia un libro che un videogioco che una misteriosa cassetta audio (pare sia un easter egg); essendo Black Mirror una serie giocata sulle paranoie contemporanee, il lato metanarrativo è spinto all’estremo per coinvolgere più possibile qualsiasi tipo di spettatore. Le analisi fioccheranno, ma siamo lontani dall’opera aperta teorizzata da Eco, tanto che il difetto principale qui sembra la scrittura: col capro espiatorio del controllo e del “pilotaggio” le piste narrative non sono tantissime e si ritorna sempre a un checking point rappresentato con due schermi (un’involontaria citazione di Numéro Deux di Godard?). L’esilità è scoperta, sia quando a troppe risposte negative la psicologa reagisce con un’arma bianca come se fossimo in uno spinoff di Machete, sia quando il protagonista si rende conto di essere manipolato da Netflix (tutto è meta). Dopo il successo di Stranger Things e Dark, chiaramente si cala tutto negli anni 80, con riferimenti cinematografici sia dell’epoca (Blade Runner tra i tanti) sia all’altezza dei tempi (il trip acido presuppone Enter the Void). Bisogna considerare che è il primo esperimento cinematografico in questo campo, e come per il 3D è auspicabile uno sviluppo con piani narrativi più complessi. Il voto ovviamente lo scegliete voi. (dv)

voto_3

oppure: voto_2