LO SPIETATO

(Regia: Renato De Maria, 2019, con Riccardo Scamarcio, Sara Serraiocco, Alessio Praticò, Alessandro Tedeschi, Marie-Ange Casta)

LO SPIETATO

Renato De Maria ha sempre sviluppato le sue narrazioni a partire dal passato per riflettere sul presente (Paz!, La Prima Linea, La vita oscena) ben prima di Italian Gangsters: non si può, quindi, ridurre Lo Spietato, tratto da un libro sul superpentito ndranghetista Saverio Morabito, a un giocattolo citazionista. Lo è solo esteriormente, perché c’è uno stile che tiene conto di Romanzo Criminale (la serie tv) e c’è uno Scamarcio che sembra ricalcato sul Ray Liotta di Goodfellas. Anche se il suo dialetto non ha la profondità sociologica del Mastandrea di L’odore della notte (parlando di voci over), dietro la narrazione concitata si nasconde la descrizione di una Milano che diventa sempre più spietata e di chi si trova a gestire un gioco più grande di lui, in quegli anni 80 da incubo in cui tutti badano solo all’apparenza: dai pusher ai primi body-artist. Lo Spietato si rivela un titolo antifrastico, poiché il protagonista Santo Russo risulta l’unico che abbia un briciolo di umanità, e anche la fede nasconde un lato mercenario (il bel personaggio della moglie Mariangela). Sarà interessante paragonarlo al prossimo film di Bellocchio (Il traditore), anch’esso su un pentito di mafia. Non c’è stato nessun entusiasmo su una presunta rinascita del cinema di genere, ma il film funziona, eppure il pubblico italiano (almeno dai commenti in rete) sembra troppo prevenuto sui film di casa propria, senza sapere che non si producono solo cinepanettoni e muccinate. Marie-Ange Casta non fa rimpiangere la sorella, ma è Sara Serraiocco a bucare lo schermo. (dv)

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