RAPINA A STOCCOLMA

(Regia: Robert Budreau, 2019, con Ethan Hawke, Noomi Rapace, Mark Strong, Christopher Heyerdahl, Bea Santos)

RAPINA A STOCCOLMA

Forse a causa della sua controversa classificazione accademica, la sindrome di Stoccolma ha finito per incuriosire anche il regista canadese Robert Budreau, che nel suo ultimo film tenta di ricostruire la singolare vicenda che ha dato origine a uno dei termini più abusati della psicologia moderna. E’ il 1973 quando Lars Nystrom, interpretato da Ethan Hawke, prova a rapinare la Kreditbanken di Stoccolma prendendo alcuni ostaggi per negoziare la sua fuga. Contro ogni aspettativa, la polizia e il Governo reagiscono con il pugno di ferro e il colpo si complica. Nelle lunghe ore di prigionia, ostaggi e rapinatore finiscono per solidarizzare finché, tra le fredde mura del caveau, nasce l’amore tra Lars e Bianca, una giovane impiegata con un marito e due bambini che la attendono a casa. Didascalico e programmatico sin dalle primissime battute, Rapina a Stoccolma è un film che cerca con scarsa ambizione e troppa superficialità di scavare dentro l’omonima sindrome, prendendosi talvolta troppo sul serio. Quel pomeriggio di un giorno da cani mostrava con dolcezza il lato più umano e grottesco del criminale improvvisato, mentre in Heat i drammi intimi del cacciatore e della preda proseguivano oltre il caveau, intrecciandosi tra loro, fino a un diner di Los Angeles e lungo le vaste piste di un aeroporto. In Rapina a Stoccolma non accade niente di tutto ciò: nonostante la somiglianza tematica con il capolavoro di Lumet, lo spettatore è chiamato ad assistere impotente alle tragicomiche vicende di uno stereotipato yankee che canta Bob Dylan e ordina una Mustang fiammante per la sua fuga. Tuttavia, nonostante la materia assolutamente grezza, la recitazione degli attori e la misurata fotografia del talentuoso Brendan Steacy mantengono l’opera a galla fino ai titoli di coda, regalando anche un paio di momenti stimolanti. Ethan Hawke, forse eccessivamente istrionico, riesce a catturare l’attenzione per l’intera durata, aiutato da un’eccezionale Noomi Rapace nel ruolo di Bianca, la sola figura in grado di suggerire, con il suo sguardo perso nel vuoto, la violenta frizione nervosa cui i protagonisti sono sottoposti. In soli 90 minuti, Robert Budreau chiude la debole sceneggiatura da lui stesso scritta, nei confronti della quale si rischia di rimanere indifferenti. (af)

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