JOJO RABBIT

(Regia: Taika Waititi, 2019, con Roman Griffin Davis, Scarlett Johansson, Thomasin McKenzie, Taika Waititi, Sam Rockwell, Rebel Wilson)

JOJO RABBIT

Germania, 1945: Johannes Betzler (Roman Griffin Davis), detto Jojo, è un bambino di 10 anni appartenente alla Gioventù Hitleriana, l’organizzazione di giovani soldati da addestrare secondo i principi del nazismo. Appassionato della figura di Adolf Hitler, Jojo possiede come amico immaginario proprio il Fuhrer in persona (Taika Waititi), con cui spesso dialoga e si confida. L’incontro con Elsa (Thomasin McKenzie), una ragazza ebrea nascosta nella casa di Jojo a sua insaputa da sua madre Rosie (Scarlett Johansson), muterà nel profondo le convinzioni del bambino. Presentato in anteprima al Toronto Film Festival 2019 e passato come film d’apertura al Torino Film Festival, Jojo Rabbit è il nuovo film (sesto in carriera) scritto e diretto dal regista australiano Taika Waititi, conosciuto per l’acclamato falso documentario a tema vampiresco What We Do in The Shadows e il blockbuster Thor: Ragnarok. Basato sul romanzo Come semi d’autunno di Christine Leunens, il film ha ottenuto 6 candidature agli Oscar 2020 e vanta un cast composto oltre che dai giovani Roman Griffin Davis e Thomasin McKenzie, dallo stesso regista, da Scarlett Johannson, Sam Rockwell, Alfie Allen e Rebel Wilson. Ambientato al tramonto del secondo conflitto mondiale, Jojo Rabbit è una commedia malinconica dal tono agrodolce ma con chiari intenti satirici, di sberleffo e presa in giro nei confronti dell’ideologia nazista, seppur il film mantenga un humour più innocuo e meno cinico e dissacrante di quanto si possa immaginare. Costruito su una regia e una messa in scena elementare ma di mestiere, prova a ragionare sugli effetti che l’indottrinamento può avere sulle giovani menti, ma vira subito su strade più nobili e sicure verso un eccentrico coming of age: racconta il cambio di coscienza, di prospettive e di ideali attraverso gli occhi di un ragazzino di 10 anni. Diverte il giusto, ma fatica a sorprendere la rappresentazione più buffonesca che grottesca di Hitler, che Waititi si cuce addosso per l’occasione, senza che però l’elemento sia valore aggiunto o di riflessione all’interno del film. L’impressione è che Jojo Rabbit scelga di essere molto semplice e di rischiare poco (nonostante una interessante sequenza lasci intravedere altro, su come mette in scena la banalità del male) e che alla fine sia anche emotivamente distaccato da quello che racconta. (rt)

voto_3