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AUSTERLITZ

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Austerlitz foto3

La muta eloquenza.

Non ci sono parole in Austerlitz, come non ce n’erano più dopo la Shoah secondo la celebre e discussa affermazione di Adorno. Il senso del silenzio (quello del filosofo tedesco soltanto auspicato) non potrebbe però essere più diverso. Se all’indomani del genocidio le parole potevano apparire orfane e prive di appiglio, non più garantite da nessuna trascendenza, inadeguate e dolorose nel loro continuare a risuonare, in questo lavoro di Sergei Loznitsa sarebbero state solo retoriche e fuori posto, o nella migliore delle ipotesi pleonastiche, data la muta eloquenza delle immagini.

Perché ci si dibatte sempre tra due estremi: il bisogno moralistico di prendere posizione e spiegare (spiegarsi) da una parte e la scontrosa e irraggiungibile distanza della verità e dell’evidenza dall’altra. Vale ogni volta che si prende la parola e si pretende di enunciare incontrovertibilmente. Loznitsa lo sa e coerentemente il suo punto di osservazione, per quanto risulti fermo e netto come può esserlo solo una successione di piani fissi, non si situa in luogo determinato, determinabile, azzimato. Sia davanti al cancello con la scritta macabra, sia tra le memorie più terribili dello sterminio, la sua macchina da presa è sempre distante (che non vuol dire distaccata, dato che è sempre nel vivo dell’azione). Non è dato sapere quale sia il rapporto della folla che sciama dentro il campo di sterminio con la camera: invisibile? palese? metà e metà e quindi “complice”? dall’esperienza dello spettatore in sala è arduo dirlo e qualche apparente sguardo in macchina lascia comunque il dubbio. Potrebbe sembrare un modo comodo di non lasciarsi coinvolgere, se non fosse che Loznitsa è il medesimo regista che in Blockade (2005) accostava le immagini dei cittadini sovietici i quali, durante l’infinito assedio nazista di Leningrado, passavano indifferenti accanto ai cadaveri per le strade e subito dopo cooperavano a schiodare le panche dello stadio di calcio per ricavarne legna da ardere: il montaggio contribuiva a mostrare ossimoricamente, nell’alternanza di crudeltà e di buona volontà, la duplicità dell’animo umano. Un procedimento più cinematografico e per assurdo meno raffinato di quello all’opera in Austerlitz, dove non c’è letteralmente montaggio se non dei blocchi di materiale girato (meno di una trentina di inquadrature in tutto), eppure lo shock arriva sotto pelle, come un’inquietudine e un sottile sentimento d’odio che si diffondono per il corpo man mano che quei gitanti distratti, apatici, dissacratori senza rendersene conto, si precisano meglio come una massa imbelle e disorientata, incapace di comprendere che il luogo non appartiene a loro, alla massa, ma alle vittime, e che finisce per vivere il campo della memoria come un luna park della dimenticanza.

Ma questo non basta, e se bastasse in fondo si tratterebbe di nuovo di istituire una distanza giudicante, ancora una volta arbitraria. C’è di più, ed è il motivo per cui non si esce intatti dal film. Quella massa, quella marmaglia, alla fine siamo noi, e su questo dobbiamo essere implacabilmente onesti (rapida nota personale: di quando qualche anno fa sono stato ad Auschwitz mi rimarranno sempre in mente un paio di episodi da fare arrossire avvenuti durante il lungo giro guidato). Non troviamo ragione per empatizzare con questi individui: sciocchi, inconsapevoli, banali, irritanti, inetti e bambineschi nella sordità e nella cecità dinanzi alle tracce di una tragedia inconcepibile. Eppure, indubitabilmente, nostri fratelli, nostri simili in mezzo agli altri, li potremmo incontrare ovunque. Forse, più che ad Adorno, è il caso di pensare con un brivido che il Male non ha bisogno di nulla più che di condizioni favorevoli per (ri)presentarsi, e non certo di individui disposti a farne. E che “conoscere” il Male non è sufficiente a comprenderlo. Altrimenti, migliaia di selfie sui luoghi dell’abominio sarebbero i benvenuti.

voto_4

Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.