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BATMAN V SUPERMAN: DAWN OF JUSTICE

BATMAN V SUPERMAN: DAWN OF JUSTICE

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Il duello tra due icone immortali.

La storia che sta dietro alla sfida tra i due più celebri supereroi in calzamaglia di sempre è in realtà la storia di una rivalità altrettanto accesa e persistente, quella tra le case editrici Marvel e DC Comics. Da un lato la spensieratezza colorata dei personaggi con super problemi di Stan Lee, dall’altro l’oscurità, la violenza, l’attualità di Batman e soci. Una sfida a suon di vendite, prima in ambito editoriale e poi in fatto di biglietti staccati al cinema. Scontro che, sinora, la Marvel ha sempre vinto riuscendo a costruire con pazienza e intelligenza un vero e proprio universo cinematografico a sé stante, dove tra film, serial televisivi e web intercorre una miracolosa sinergia, simile a quella della carta stampata, in cui ogni elemento, ogni personaggio concorre a formare un insieme (i film degli Avengers) molto più ricco e vasto. Una nuova maniera di concepire il cinema, forse. Che oltre ai fumetti deve molto alla serialità televisiva (se ti sei perso un episodio, non capirai più nulla) e che sta mano a mano influenzando tutti i blockbuster odierni (anche nell’ultimo 007, Spectre, si è tentato di tirare le fila di una saga ricollegando tra di loro, malamente e forzatamente, vari personaggi e sottotrame). Una sorta di logica di spersonalizzazione totale del concetto di autore cinematografico, dove a contare sono le storie e i personaggi e non più la visione del regista, e a cui la DC Comics, per interposta Warner Bros (che da sempre ha prodotto per il cinema i suoi comics più celebri) si era finora sottratta, rischiando, anzi, lasciando a Christopher Nolan mano libera nella sua trilogia del Cavaliere Oscuro (il cui eco non si è ancora spento, basti pensare quanto sono debitrici nei confronti di Nolan serial come Daredevil o anche Lo Chiamavano Jeeg Robot). Tuttavia, una serie di pesanti flop (a partire da quello di Green Lantern), e il successo sempre più schiacciante della Marvel-Disney, hanno convinto la Warner a cambiare drasticamente rotta, trasformando quello che inizialmente doveva essere un “semplice” sequel de L’uomo d’acciaio nel primo capitolo di quello che dovrebbe diventare l’universo cinematografico condiviso della DC Comics, e al contempo l’occasione per far duellare tra loro due icone immortali come Batman e Superman. Il progetto, accarezzato per oltre vent’anni e poi mai realizzato (quelli che più si erano avvicinati a girarlo sono stati Wolfgang Petersen e George Miller), prende vita ora per mano del controverso ed eccessivo regista Zack Snyder (il remake de L’alba dei morti viventi e Watchmen quando gli va bene, 300 e Sucker Punch se gli gira male), e su una sceneggiatura del “solito” David S. Goyer (già con Nolan per i suoi Batman), poi “asciugata” da Chris Terrio (Argo). Un film evento attesissimo dai fan e non, un budget di oltre 250 milioni di dollari, le inevitabili polemiche inerenti al casting del nuovo Batman (Ben Affleck, che nonostante la sua proverbiale mono espressività ha maturato il giusto physique du role e ci crede), gli entusiasmi per i primi trailer, la sfida, di nuovo, con la concorrente Marvel, che per non essere da meno ha programmato per maggio lo scontro tra due dei suoi personaggi più noti: Captain America e Iron Man. Il film di Snyder è colossale, enorme, spesso fuori tono, ma tutto sommato non indigesto. La prima parte accampa, come già ne L’uomo d’acciaio, ambizioni e riflessioni sconsiderate, aumentando addirittura il tiro rispetto al precedente film su Superman. Tantissima carne al fuoco: il sottilissimo confine tra legge e giustizialismo, che contrappone da un lato una figura quasi messianica e onnipotente che si batte per difendere l’american way of life, da quell’altro lato un vigilante mascherato, violento e fascistoide, che combatte il crimine a suon di torture e ammazzamenti. Due visioni della giustizia che non possono convivere nello stesso mondo e sono destinate a scontrarsi. I primi minuti del film di Snyder regalano anche l’idea più riuscita: il finale de L’uomo d’acciaio, con la devastazione della città che si colora di metafore post 11/9, visto però attraverso gli occhi dell’uomo comune (Bruce Wayne), che tenta di fare qualcosa di umanamente eroico come salvare una bimba intrappolata sotto le macerie, impotente di fronte ad esseri più grandi di lui. Un cortocircuito di prospettiva che deve molto (pure visivamente) a Cloverfield e all’ultimo Godzilla, dove l’umanità nulla può nei confronti di un Dio che ha deciso di voltarle le spalle. E che dà il via al risentimento del personaggio di Batman nei confronti dell’altro supereroe, giudicato troppo potente e instabile, e quindi da eliminare, con ogni mezzo. Ma, come se il plot non fosse già abbastanza saturo di temi e personaggi, di mezzo ci si mette pure un giovane e psicolabile Lex Luthor (interpretato da un Jesse Eisenberg insopportabilmente in overacting) che vorrebbe annientare Superman (non si sa bene per quale motivo), una senatrice degli Stati Uniti (Holly Hunter) decisa a regolamentare il potere dell’uomo d’acciaio in seguito a un raid nel deserto volto a sconfiggere dei terroristi simil Isis, e dulcis in fundo…Wonder Woman (la stupenda Gal Gadot), inserita nel film senza una vera e propria giustificazione logica. Chi vivrà vedrà. Snyder tiene saldamente le redini di questo baraccone per oltre un ora, ci illude con un montaggio frammentato e ambizioso, mostra pochissimo i suoi supereroi in azione, mantiene un tono singolarmente dark e malinconico che ricorda il suo Watchmen. Ma poi le ragioni commerciali hanno la meglio, le ambizioni filosofiche vengono abbandonate, così come la logica narrativa, e ci si ricorda che i due protagonisti dovrebbero iniziare a darsele di santa ragione, e così è. Batman e Superman duellano prima tra di loro, in uno scontro tutt’altro che impari, e in seguito si danno man forte (con un aiuto imprevisto) per annientare il mostruoso, metà kryptoniano metà umano, Doomsday. Uno scontro che si prolunga ben oltre il sopportabile in quello che è l’ennesimo assalto ai sensi dello spettatore, nello stile delle cacofonie visive-digitali dei Transformers di Michael Bay, e dove capire quello che si agita sullo schermo è impresa ardua e sfiancante. Nonostante ciò, e nonostante tanti altri nei (come l’inserimento forzatissimo di tanti altri personaggi della DC Comics) il kolossal di Snyder possiede un’ingenuità tamarra e naif assente negli speculari (e calcolatissimi) prodotti Marvel, e per questo suscita simpatia. Merita una menzione, all’interno di un cast ricchissimo e in parte, Jeremy Irons, nuova incarnazione del maggiordomo di casa Wayne, Alfred, connotato con simpatici accenni di umorismo british. Ennesima prova di bravura per il compositore Hans Zimmer, costretto a “reinventarsi” dopo aver scritto in precedenza sia le musiche per i Batman di Nolan che per Man of Steel.

voto_3

Alex Poltronieri
Nasce a Ferrara, vive a Ferrara (e molto probabilmente morirà a Ferrara). Si laurea al Dams di Bologna in "Storia e critica del cinema" nel 2011. Folgorato in giovane età da decine di orripilanti film horror, inizia poi ad appassionarsi anche al cinema "serio", ritenendosi oggi un buon conoscitore del cinema americano classico e moderno. Tra i suoi miti, in ordine sparso: Sydney Pollack, John Cassavetes, François Truffaut, Clint Eastwood, Michael Mann, Fritz Lang, Sam Raimi, Peter Bogdanovich, Billy Wilder, Akira Kurosawa, Dino Risi, Howard Hawks e tanti altri. Oltre a “Il Bel Cinema” collabora con la webzine "Ondacinema" e con le riviste "Cin&media" e "Orfeo Magazine". Nel 2009 si classifica terzo al concorso "Alberto Farassino - Scrivere di cinema".