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Beaufort foto3

Gli ultimi drammatici giorni della guerra del Libano.

Joseph Cedar, regista israeliano nato a New York, è in Italia quasi del tutto sconosciuto, a parte pochi fortunati cinefili e festivalieri. Dei suoi quattro film, per quanto ne so, nessuno è uscito nel nostro paese (è probabile che ci riesca il quinto, Oppenheimer Strategies, thriller che annovera Richard Gere nel cast). Però si tratta di un cineasta con una notevole reputazione internazionale: a parte le vittorie ai premi Ophir (gli Oscar israeliani), l’ottimo Footnote è stato in gara per la Palma d’oro a Cannes nel 2011 (vincendo il premio per la miglior sceneggiatura) e Beaufort ha vinto l’Orso d’argento per la regia a Berlino 2007.

Beaufort in particolare, ci sembra il suo film migliore. Rievocando sulla base di un romanzo di Ron Leshem i giorni in cui l’esercito israeliano (IDF) abbandonò la roccaforte di Beaufort nel Libano meridionale (occupata per motivi strategici dal 6 giugno 1982 – il giorno d’inizio della guerra del Libano – fino al 2000), Cedar riesce a toccare molti nervi scoperti della storia e della cultura del suo paese e allo stesso tempo a girare un ispirato film sull’insensatezza della guerra e del suo protrarsi oltre ogni ragionevole limite. Mentre le autorità israeliane dibattono sul ritiro, suscitando infondate speranze e più spesso frenando sui tempi, le truppe di stanza nella fortezza vivono trincerate. Cedar, che attinge evidentemente anche a esperienze personali avendo partecipato alla guerra del Libano, registra i crescenti timori dei soldati del presidio e non mostra mai il nemico, la cui presenza è resa palese dagli improvvisi, devastanti e sanguinosi attacchi missilistici. La scelta è decisiva per suggerire il senso di solitudine e di terrore dei militari. Proprio come in Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood, ma con la differenza determinante che qui gli assediati desiderosi solo di arrivare sani e salvi a casa sono dalla parte di chi ha vinto la guerra, sortendo l’effetto di rendere ancora più assurda la situazione di stallo e di paura. Cedar riprende alcune atmosfere del suo film d’esordio, Time of Favor (2000), ma le carica di un’angoscia molto superiore grazie alla ricostruzione ambientale. Beaufort, che è stato girato in realtà sulle alture del Golan, è pieno di casematte buie, cunicoli, labirinti, fantocci e sagome umane che servono a ingannare il nemico, fortificazioni che vengono costruite una sopra l’altra (con il paradosso di continuare a rafforzare una rocca da cui è previsto il ritiro delle truppe d’occupazione e, peggio ancora, facendola saltare dopo l’evacuazione). Se a questo si aggiunge l’evocatività del luogo (Beaufort era una fortezza occupata nel dodicesimo secolo dai Crociati), ne esce il senso del discorso sulla solitudine in cui si trova immersa Israele, sottoposta a una tensione logorante e senza fine.

La sceneggiatura non manca di scene madri, eppure c’è un tale sentimento della tragedia e dell’incredibile inutilità del sacrificio di tante vite che non avrebbe senso appellarsi a una presunta spettacolarizzazione delle morti di alcuni soldati a cui il pubblico via via si affeziona, una delle quali dopo appena un quarto d’ora (il film tra l’altro è stato un grande successo nel suo paese). Merito anche della grande convinzione con cui gli attori interpretano i loro personaggi, in particolar modo Oshri Cohen (già presente nel precedente film di Cedar, Campfire, e in seguito con ruoli anche in Lebanon (2009) e di recente nella quinta stagione di Homeland) nei panni del comandante Liraz, giovane tenente paralizzato dall’ansia del ruolo a cui è tenuto senza poter padroneggiare la situazione.

voto_5

Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.