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BURNING

BURNING

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Per me il mondo è un mistero.

Lee Chang-dong è uno dei registi più importanti del cinema coreano contemporaneo, uno degli autori che ha contribuito maggiormente al rilancio dell’industria cinematografica del suo Paese in questi ultimi vent’anni, facendola conoscere e apprezzare anche all’estero, ai festival internazionali più prestigiosi come Venezia e Cannes che hanno selezionato e premiato più volte i suoi lavori. Di formazione teatrale, con un passato da insegnante di letteratura coreana, si avvicina al cinema in veste di scrittore e sceneggiatore per poi passare alla regia nel 1997 col lungo d’esordio Green Fish. Cineasta poco prolifico, appena sei lungometraggi in ventuno anni di attività in cui è stato anche Ministro della cultura e del turismo in Corea del Sud, con Burning ritorna finalmente dietro la macchina da presa dopo un silenzio durato otto anni.

Jong-su, giovane aspirante scrittore impegnato come fattorino in lavoretti occasionali, incontra per le vie di Seoul Hae-mi, una ragazza proveniente dal suo stesso villaggio ai confini con la Corea del Nord che ha perso di vista dai tempi della scuola. I due iniziano a frequentarsi, poco dopo Hae-mi chiede a Jong-su di badare al suo gatto nelle settimane in cui sarà via per un viaggio in Africa. Al suo ritorno la ragazza gli presenta Ben, un giovane uomo facoltoso e misterioso che ha conosciuto durante il viaggio. Tra i tre nasce un insolito triangolo destinato a sconvolgere le loro esistenze.

Un thriller dell’anima che lentamente s’insinua sotto pelle, lasciando addosso un sottile senso d’inquietudine e di smarrimento che raramente capita di provare al termine di un film. Nell’ispirarsi liberamente al racconto breve Granai Incendiati  di Haruki Murakami, Lee Chang-dong realizza un’opera densa di significati, complessa e stratificata, con un finale potente e indimenticabile, catartico e dolente, che lascia attoniti e ammutoliti. Senza alcuna fretta o volontà di stupire l’autore sudcoreano lavora sulle atmosfere e sui luoghi, sui caratteri e sulle relazioni che intercorrono tra i personaggi principali, mutando via via pelle e modificando i toni e il genere di appartenenza del film. La dilatazione dei tempi (quasi due ore e mezza di durata) non indica un vezzo autoriale, ma rappresenta una necessità affinché, piano piano, avvenga questa mutazione e si scivoli nei territori del thriller in modo fluido e naturale, quasi inconsapevole, senza forzature o inutili colpi di scena a effetto. Il regista, anche sceneggiatore insieme a Oh Jungmi, lavora di cesello, costruisce scene destinate a imprimersi a lungo nella memoria, a insinuarsi in profondità (si pensi alla lunga sequenza del ballo di Hae-mi al tramonto sulle note di Miles Davis).

Si diceva poco sopra che Burning è una sorta di thriller dell’anima, che non si compie e non si svela mai fino in fondo, che parte da lontano, sembra quasi girovagare a vuoto, senza una meta, per poi puntare e immergersi nel genere, nella costruzione e nello sviluppo della suspense, con un piglio e un approccio che in più d’una occasione rimandano a un maestro indiscusso e insuperato come Alfred Hitchcock. Tracce, indizi, sinistre epifanie che sembrano tramutare i dubbi di Jong-su in dolorose certezze. E non è certo casuale che il giovane sia un aspirante scrittore che osserva e scruta il mondo circostante con attenzione e circospezione, soprattutto quando entra in contatto con Ben, che da possibile rivale in amore si trasforma in potenziale omicida. Un Gatsby (1) misterioso e imperscrutabile, dalle frasi sibilline che logorano e arrovellano i pensieri di Jong-su. Ben, ottimamente interpretato da Steven Yeun, è una delle figure più perturbanti e oscure viste al cinema in questi ultimi anni, un personaggio enigmatico, dallo sguardo impassibile e indecifrabile, decisamente impossibile da dimenticare.

In Burning, che  possiede una messa in scena raffinata e suggestiva e si avvale di una colonna sonora – a cura del compositore coreano Mowg – a dir poco sublime ed efficace nel dettare il tempo e il ritmo alle immagini, i dubbi aleggiano ovunque, la verità è labile e sfuggente, schiacciata e offuscata da un senso di paranoia imperante. Ipnotico e tortuoso, affacciato sul vuoto e sull’abisso della società contemporanea, conferma il grande talento di Lee Chang-dong e s’impone come uno dei titoli più importanti e stimolanti di quest’annata cinematografica giunta ai titoli di coda.

(1) “È il Grande Gatsby, non si sa cosa faccia ma è ricco… questi giovani misteriosi. Ci sono fin troppi Gatsby in Corea”. Lo dice Jong-su a Hae-mi a proposito di Ben e del suo tenore di vita.

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Boris Schumacher
Appassionato di cinema da che ne ha memoria, ha studiato Storia e Critica del Cinema a Firenze dove vive tuttora. Folgorato dal genio creativo di Stanley Kubrick e di Orson Welles, si autodefinisce un malato di cinema più che un cinefilo. Vero e proprio onnivoro, vede di tutto, dal cinema d’autore a quello di genere con un particolare occhio di riguardo verso l’horror e il thriller. Adora il cinema orientale, in particolare quello coreano, il cinema d’animazione (stravede per la Pixar e lo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki e Isao Takahata) e qualche anno fa è rimasto ipnotizzato e folgorato dalle opere del cineasta ungherese Béla Tarr. Scrive anche su Taxi Drivers, web magazine di cinema e cultura e Orizzonti di Gloria – La sfida del cinema di qualità. In passato ha collaborato con Cinemonitor e FilmVillage mentre su MyMovies ha pubblicato un approfondimento sulla serialità statunitense. All'inizio del 2012 ha creato Lost in Movieland, pagina facebook dedicata alla Settima Arte.