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La normalizzazione dell’universo Marvel.

Cinema come multitesto. E’ il tredicesimo film del Marvel Cinematic Universe, e si presuppone la visione “preventiva” di tutti (o quasi) i capitoli precedenti, con in aggiunta una spruzzatina dei serial tv “collaterali” come Agent Carter o Agents of S.H.I.E.L.D.
Nel bene e nel male la Marvel, nello spazio ristrettissimo di otto anni, ha cambiato il modo di intendere il blockbuster dell’era moderna. Un microcosmo di connessioni tra personaggi e sotto trame che sottintende una fidelizzazione seriale (paratelevisiva) del suo pubblico. E che dopo la spinta “innovativa” degli esordi, e la sorpresa con cui vennero accolti i primi film del ciclo, inizia francamente a stufare, a ripetersi. Ormai maggiormente a suo agio con progetti più “piccoli” e personaggi minori con cui ha qualche possibilità di rischiare (si vedano Guardiani della galassia o Ant-Man, e ci sono enormi speranze per Doctor Strange), la Marvel si tuffa in questi mastodontici crossover tra i suoi più celebri personaggi con lo stesso automatismo della catena di montaggio. Tutto è calcolato al millesimo per accontentare chiunque, fan e non del genere, senza rischiare più del necessario. Al bando quindi le smisurate (finanche ridicole) ambizioni del recente Batman v Superman della concorrenza: nel mettere mano alla miniserie Civil War, scritta da Mark Millar una decade fa e pietra angolare del fumetto recente, i Marvel Studios si tengono alla larga (o affrontano molto alla leggera) dai pesantissimi sottotesti politici che ne furono le fondamenta. Quello che sulla carta fu l’evento che scosse per sempre il mondo supereroistico, e che contrappose da un lato il liberal (inaspettatamente) Capitan America e dall’altro il “fascista” Tony Stark-Iron Man, sullo schermo si risolve in un’allegra rissa da bar. Meglio abbandonare sin da ora, quindi, il raffronto con il fumetto e concentrarsi sul film.
In seguito alle numerose vittime collaterali delle precedenti missioni degli Avengers, il governo degli Stati Uniti decide di mettere un guinzaglio alla celebre banda di supereroi, proponendo loro di agire solo in seguito ad una decisione delle Nazioni Unite. Se Tony Stark (roso dal senso di colpa) sceglie di accettare il patto, Steve Rogers-Captain America non ci sta, ritenendo spetti a lui scegliere le battaglie da affrontare. Dal dialogo la situazione sfocia ben presto in una feroce guerra tra due diverse fazioni (che comprendono diversi personaggi), che vede al centro il Soldato d’inverno, pericoloso killer in cerca di redenzione, braccato dal Governo Usa ma difeso da Captain America in quanto amico d’infanzia. E nel frattempo c’è chi, in cerca di vendetta, cospira dietro le quinte per far scontrare tra loro il team di supereroi. Il plot, stiracchiato e inutilmente intricato, con più cambi di location che un film di 007, è un mero pretesto per darsele di santa ragione tra i più famosi personaggi Marvel, cogliendo l’occasione per introdurre un paio di personaggi che a breve avranno un film tutto loro: Pantera Nera e… Spider-Man.
Tutto sommato più misurato e divertente del deludente Age of Ultron, Civil War conferma la capacità dei fratelli Russo di riportare l’azione ad un livello più fisico e umano rispetto a prodotti analoghi. L’azione non dà tregua e la lunga sequenza centrale dello scontro nell’aeroporto deserto regala sorprese e invenzioni visive a profusione (la più bella la riserva Ant-Man), ma l’impressione finale, appunto, resta quella di un oggetto inerte, che ormai rifiuta a prescindere i concetti di autorialità e attualità, in cui l’elemento imprevedibile e camp è relegato ai margini, come dimostra la progressiva “normalizzazione” del personaggio di Downey Jr., e in cui gli sporadici momenti genuinamente spassosi e fuori dagli schemi sono riservati al nuovo Uomo Ragno (decisamente riuscito, così com’è azzeccata la scelta della giovane Zia May-Marisa Tomei) o al simpatico Paul Rudd-Ant-Man. Preso per quello che è, un giocattolone che si dimentica subito dopo la visione, Captain America: Civil War svolge il suo compito. E forse oggigiorno, ahinoi, non dobbiamo aspettarci molto di più da pellicole come questa.

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Alex Poltronieri
Nasce a Ferrara, vive a Ferrara (e molto probabilmente morirà a Ferrara). Si laurea al Dams di Bologna in "Storia e critica del cinema" nel 2011. Folgorato in giovane età da decine di orripilanti film horror, inizia poi ad appassionarsi anche al cinema "serio", ritenendosi oggi un buon conoscitore del cinema americano classico e moderno. Tra i suoi miti, in ordine sparso: Sydney Pollack, John Cassavetes, François Truffaut, Clint Eastwood, Michael Mann, Fritz Lang, Sam Raimi, Peter Bogdanovich, Billy Wilder, Akira Kurosawa, Dino Risi, Howard Hawks e tanti altri. Oltre a “Il Bel Cinema” collabora con la webzine "Ondacinema" e con le riviste "Cin&media" e "Orfeo Magazine". Nel 2009 si classifica terzo al concorso "Alberto Farassino - Scrivere di cinema".