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Il 15 luglio 1974 è una data che per molti non avrà nessun significato particolare, ma che in realtà ha cambiato in maniera definitiva il modo di intendere la televisione, e la realtà. E’ il giorno in cui la reporter della piccola emittente televisiva WXLT Christine Chubbuck annunciò in diretta nazionale il proprio suicidio, per poi spararsi un colpo alla nuca. Un avvenimento sotto diversi punti di vista sconvolgente, su cui anche il cinema è tornato spesso, a partire dal celebre Quinto Potere di Sidney Lumet, arrivato nelle sale solo due anni dopo il tragico evento. E che delinea il passaggio, inevitabile, ad una televisione sensazionalistica e greve, che gradualmente abbandona la sua funzione informativa e istruttiva per saziare la crescente sete di sangue del pubblico generalista. Tuttavia, fino a qui, nulla di nuovo. Christine mette senza dubbio in evidenza la mostruosità di un sistema che punta alla spettacolarizzazione della notizia più che al suo valore informativo, e che stuzzica solo l’epidermide dello spettatore: in questo senso la Chubbuck, nel suo disperato tentativo di impressionare i propri superiori (come evidenzia esplicitamente la sequenza del reportage in “diretta” della lite dei vicini, o anche il tentativo di dare un taglio “cinematografico” nella raccolta delle notizie, la stretta della telecamera sul volto e le ustioni di chi ha provocato un incendio, piuttosto che la ripresa dell’edificio in fiamme), dimostra di essere un’antenata prossima dei “vampiri” rappresentati in film recenti come Lo sciacallo. L’errore di Christine è stato, paradossalmente, quello di essere troppo in anticipo sui tempi, quello di non essere compresa dalle alte leve del proprio network. La chiave di volta del film di Antonio Campos, che già aveva riflettuto sui rischi della rappresentazione mediale ai tempi di Youtube nell’esordio Afterschool, ciò che lo rende qualcosa di più interessante del “solito” film di denuncia, è il concentrarsi sul disagio interiore della sua protagonista, sulla deformazione insita al personaggio piuttosto che alla realtà circostante. La depressione che attanaglia la povera Christine, dapprima sopita e che poi torna presente e insostenibile, è un male che invade ogni sfera del suo essere, dall’ambito privato (con l’amore non dichiarato-ricambiato per il collega anchorman George – Michael C. Hall, alla rivalità con la giovane e promiscua madre, che pare godere della vita, e della propria sessualità, in un modo che Christine non ha mai fatto, essendo per sua stessa ammissione ancora vergine), a quello professionale, il rapporto conflittuale con il responsabile dell’emittente Bob Andersen (Cullum) che pare rifiutare ogni sua idea relegandola a programmi frivoli e non all’altezza del suo intelletto, sino a quello prettamente fisico (la repentina scoperta dell’impossibilità ad avere figli a causa di una ciste). Campos insiste sul malessere della protagonista, senza cedere al ricatto emotivo nei confronti del pubblico; rimane incollato al volto di Christine (a cui presta vita una camaleontica e impressionante Rebecca Hall, giustamente premiata all’ultimo Torino Film Festival e già in odore di nomination all’Oscar) seguendola nel suo disagio, cercando di farlo comprendere, senza giudicare o trarre semplicistiche conclusioni. Christine non è una vittima del sistema, non è stata inghiottita da meccanismi disumani e spersonalizzanti, il suo disagio era già lì, nascosto dietro il suo bel viso, pronto a riaffacciarsi su un mondo non meno distorto e triste. Non v’è distinzione tra i due ambiti, quello intimo e quello lavorativo, tra una realtà interiore già spezzata, e un Paese che pare aver smarrito le coordinate morali con cui andare avanti (e non è un caso che questa “crisi” si manifesti proprio a partire da quelle entità “pedagogiche” che dovrebbero ergersi al di sopra della massa). Insomma, che ai tempi di pellicole di impegno civile encomiabile quanto anacronistico, come Il caso Spotlight e Truth, ci sia spazio anche per riflessioni come questa, che sanno guardare con intelligenza e sfumature al lato oscuro dell’America e ai suoi “antieroi”, non ci sembra poco. Anzi.

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Alex Poltronieri
Nasce a Ferrara, vive a Ferrara (e molto probabilmente morirà a Ferrara). Si laurea al Dams di Bologna in "Storia e critica del cinema" nel 2011. Folgorato in giovane età da decine di orripilanti film horror, inizia poi ad appassionarsi anche al cinema "serio", ritenendosi oggi un buon conoscitore del cinema americano classico e moderno. Tra i suoi miti, in ordine sparso: Sydney Pollack, John Cassavetes, François Truffaut, Clint Eastwood, Michael Mann, Fritz Lang, Sam Raimi, Peter Bogdanovich, Billy Wilder, Akira Kurosawa, Dino Risi, Howard Hawks e tanti altri. Oltre a “Il Bel Cinema” collabora con la webzine "Ondacinema" e con le riviste "Cin&media" e "Orfeo Magazine". Nel 2009 si classifica terzo al concorso "Alberto Farassino - Scrivere di cinema".