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DA 5 BLOODS – COME FRATELLI

DA 5 BLOODS – COME FRATELLI

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Conflitti senza soluzione.

Dopo il mini-documentario iniziale, nella seconda sequenza di Da 5 Bloods assistiamo a un dj set in cui sono presenti due elementi rivelatori. Spike Lee fa ballare le sue comparse sulle note di Got to Give It Up di Marvin Gaye, analogamente a quanto faceva in una memorabile sequenza di Summer of Sam: e lì eravamo nella New York del ’77, a 2 anni dalla fine della guerra del Vietnam. Una città pronta al cambiamento, che doveva affrontare il conflitto dentro casa, tra scontri etnici, mode culturali eterogenee apparentemente inconciliabili e un serial killer metafora del male (1). Nel 2020 Marvin Gaye ispira nostalgia, non a caso contrappunta i momenti salienti di Da 5 Bloods, in quanto autore-simbolo di un genere musicale colto e di massa, emancipatore della cultura black all’interno della musica mainstream di allora. Probabile che Lee veda in lui un modello da seguire, dato che i motivi che lo spingono a fare cinema sono più o meno gli stessi. In più si ha la sensazione che ogni suo film voglia essere la rilettura personale in chiave etnica di un’opera-simbolo: Jungle Fever aggiorna l’hollywoodiano Indovina chi viene a cena?, così come Chi-Raq reinterpreta addirittura l’Antigone di Sofocle. Infatti, l’altro elemento rivelatore è la locandina rettangolare di Apocalypse Now, che campeggia dietro il dj set: ma Lee torna ancora più indietro, prendendo lo spunto del plot (la ricerca dell’oro) da un film uscito diversi anni prima della guerra del Vietnam, ovvero Il tesoro della Sierra Madre, ignorando per fortuna Miracolo a S. Anna.

I flashback di guerra, forse proprio in protesta contro Netflix e l’alto budget speso per il deaging di The Irishman a cui Lee ha fatto riferimento in più di un’intervista, sono girati in 4:3 e in 16mm: salvo un elicottero in CGI, non sappiamo se l’aggiunta sporcizia a livello visivo e l’enfasi con tanto di zoomate a schiaffo siano indice di realismo o, analogamente alla scelta di utilizzare i protagonisti senza alcun trucco per il ringiovanimento, un calco di certi B-movie sul Vietnam, tipo Cannon e simili. Fatto sta che, in un film pieno di sottolineature e linguaggi e subplot che si mischiano e non sempre trovano la quadratura, sono le sequenze meno riuscite. Così come farà sicuramente la gioia degli attivisti politici tutto il finale documentario sul Black Lives Matter, mostrandoci un movimento che vive al di là delle recenti proteste scaturite dall’omicidio di George Floyd (non a caso, è stato fondato nel 2013); ma dato che qui si parla di cinema e non di politica, ci sembra che in tutto il film Lee abbia l’ansia di dire troppo per essere attuale: ciò che rende semmai esaltante ogni suo film è lo scontro tra ideologie diverse, e avevano ben altra potenza le sequenze dello stesso tipo alla fine del precedente BlacKKKlansman.

E’ comunque salutare che un riconosciuto Autore americano non giochi a fare il postmoderno, autocitandosi perché presuppone la conoscenza pregressa della sua opera. Il legame con SOS non è sottolineato, e in Da 5 Bloods ricorrono figure retoriche che fanno parte del vocabolario stilistico del regista, presenti in più o meno tutti i suoi film: dalle foto a tutto schermo al carrello all’indietro con gli attori che si muovono simultaneamente alla mdp, al monologo con sguardo in macchina dello straordinario Delroy Lindo che intrerpreta Paul (cfr. i turpiloqui di Fa’ la cosa giusta). Veterano di guerra, il suo personaggio rappresenta il maggior pregio e il maggior difetto del film, essendo perfetta descrizione della sconsideratezza post-ideologica in cui navigano oggi molti statunitensi: ha votato Trump pur ricordando con livore che i suoi avi sono stati schiavi, non combatte per la comunità ma solo per il suo orticello. Essere afroamericano e trumpiano allo stesso tempo non può che portare alla follia, ma Lee gli riserva comunque una morte tragica: scioglie l’ambiguità nell’incontro con l’amico-eroe morto in guerra sottolineando che è una proiezione psicologica ed evitando l’ambiguità del post-mortem; mentre la sequenza (girata in un diverso formato) che accompagna le parole scritte nella lettera per il figlio, ha il retrogusto di qualcosa messo nella sceneggiatura per far scattare la lacrima allo spettatore più ingenuo, cancellando qualsiasi indecente regresso politico. Forse, per rendere il film più fruibile a un pubblico che vuole degli eroi.

Da 5 Bloods, ci mostra che dopo 45 anni, afroamericani, vietnamiti e francesi vivono ancora un conflitto in nome di qualcosa più grande di loro. Se, a differenza degli autoctoni, gli altri si trovano in un Altrove che è entrato violentemente a far parte della loro Storia, Spike Lee non sembra voler risolvere tutti questi conflitti. Brandendo la consapevolezza che il cinema può servire a fare il punto della situazione, al massimo ad alimentare un modo di pensare.

(1) Volendo continuare il gioco dei rimandi, Hanoi Hannah (Van Veronica Ngo) riprende il Love Daddy (Samuel L. Jackson) di Fa’ la cosa giusta. Di nuovo, il Vietnam come New York.

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Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.