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Dheepan foto 3

La Palma d’oro di Cannes 2015.

Esasperato dalle violenze e dall’atmosfera della banlieue in cui lavora come guardiano, Dheepan a un certo punto traccia una linea per terra, proclamandola ad alta voce confine invalicabile per le gang che infestano il quartiere. Per paradosso, oltretutto, la sua azione finisce per essere un’altra provocazione, in vista di un inferno il quale non attende che occasioni per scatenarsi.

Mi sembra la sequenza chiave del film di Jacques Audiard, Palma d’oro dell’ultima edizione del Festival di Cannes. Dheepan si chiama in realtà Sivadhasan ed è un soldato del popolo tamil fuggito dallo Sri Lanka della guerra civile e riparato in Francia con una falsa identità, una finta moglie e una figlia altrettanto fittizia. La sua preoccupazione è quella di dissimulare, non di distinguere. Stranamente, quello che è stato scambiato per un film sull’immigrazione clandestina e sulle difficoltà dell’integrazione, non vuole dissertarne o mostrare le barriere di natura sociale (e in fondo neppure razziale, culturale o linguistica) che si frappongono ad essa. A minacciare il sogno di rifarsi una vita dei tre rifugiati è proprio quello che c’è di comune con il loro fosco passato: divisioni, conflitti, guerre tra fazioni. Qualsiasi considerazione di natura sociologica cede il passo a qualcosa di più antico e sommerso, di antropologico e primordiale si potrebbe dire. Non è sul piano del sociale che si compie il cambiamento e che si trova la salvezza, la società così com’è racchiude in sé i germi della sua stessa distruzione.

Dheepan – Una Nuova Vita non racconta in altre parole l’inconciliabilità tra due culture, quanto invece il substrato che le caratterizza entrambe nel nome di una violenza non premeditata, ma alla quale non si riesce a porre argini. Più di una lotta senza quartiere, lo scontro tra le bande è una sorta di faida che trapassa il senso come i muri degli appartamenti, nascondendosi dietro i battenti di una porta quanto nelle immediate vicinanze di una scuola. Inutile quindi marcare un territorio e tentare di sancire una differenza (fosse pure quella tra civiltà e barbarie, acutamente rovesciata da Audiard nel suo film, in cui il “barbaro” è in realtà proprio colui che più desidererebbe la pace per sé e la propria famiglia). I confini sono incerti, i ruoli e le istituzioni anche: l’efficace descrizione di una famiglia prima quale semplice convergenza e somma di interessi e in seguito come possibile discorso da opporre all’insensatezza e all’orrore, non passa per gradi di coscienza, ma per strappi, scontando le diffidenze di ciascuno, siano queste la cultura tradizionale di Sivadhasan (che si esprime nell’immagine ricorrente dell’elefante tra il fogliame, ma anche nelle preghiere rituali) o l’impreparazione e la titubanza della sua compagna di fuga ad essere consorte e madre (la scena della stazione e quella della poesia che la bambina impara a memoria e poi storpia per ripicca ne sono esempi puntuali).

È un film che si presenta nella sua nuda problematicità, quello di Audiard, che azzarda anche un lieto fine ancora tutto da immaginare, proprio perché le vicende personali, oggi, fanno i conti con una realtà (una “percezione” della realtà) da reinventare completamente, tenendo conto delle molte, invisibili divisioni e barriere che la attraversano e, spesso, dilaniano: nel film esse sono sottilmente suggerite più che additate (un vetro, una scrivania, l’incorniciatura di una finestra sono simboli che agiscono in profondità benché poco visibili, certo meno dei più evidenti scogli linguistici e culturali). Un film che, come Diamante Nero di Céline Sciamma, è soprattutto il racconto di uno stallo e della necessità di chiarirne il senso, su un piano esistenziale e psicologico più che culturale, per progettare nuove opportunità di vita e di felicità per gli individui.

voto_4

Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.