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La lezione della Nuova Hollywood.

Non è un caso che tra i produttori esecutivi di Uncut Gems ci sia Martin Scorsese, che già in passato aveva sostenuto il passaggio di alcuni autori dall’indie ai film con alto budget: da Spike Lee (Clockers) a John McNaughton (Mad Dog and Glory) fino a Ben Wheatley (Free Fire). La sceneggiatura era nel cassetto già da una decina d’anni, e oggi si ha la conferma che il precedente Good Time sia stato una sorta di antipasto nell’attesa di girare l’opera definitiva tanto agognata. Benny e Josh Safdie, con questo Uncut Gems, mostrano come adoperino strategie già collaudate per parlare a un pubblico che pretende (e ottiene) un film all’altezza dei tempi. Ragionando in maniera trasversale, la scelta di The Weeknd segna una continuità quasi paratestuale per l’uso di personalità appartenenti al mondo della musica anche se in passato venivano da contesti più edgy (Lee Ranaldo dei Sonic Youth e i suoi figli in Daddy Longlegs e il rapper Necro in Good Time), ma è sia un modo di suscitare la curiosità dello spettatore e di mostrarsi attenti alle mode culturali sia una modalità con cui alzare le ambizioni (quanti fan conta The Weeknd rispetto a Necro? Non è peregrino che il primo interpreti sé stesso e l’altro no). In secondo luogo, la decisione (per la quale avrà inciso anche il premio a Cannes) di richiamare il grande Daniel Lopatin del progetto Oneohtrix Point Never per le musiche originali, che i Safdie usano in maniera tutt’altro che cadenzata, ma che grazie alla sua elettronica fatta di suoni eterei, serve da contrappunto in un film caotico e rumoroso, lavorando sulla sinestesia immagine/suono in modo analogo a quanto anni fa faceva Michael Mann coi Tangerine Dream.

L’uscita immediata su Netflix rende difficile stabilire quanto stia piacendo in Italia, e sarebbe curioso saperlo per un film intrinsecamente americano e inconcepibile al di fuori del suo contesto. Se invece negli USA ci sono stati buoni incassi (considerando la distribuzione limitata), e centinaia di meme su quel “Holy shit I’m gonna cum!”, è in primo luogo per la presenza di Adam Sandler, e non è un caso che il suo personaggio ci venga presentato tramite una colonscopia, tanto che si potrebbe parlare di una continuità attoriale. E poi per la serie di riferimenti che il pubblico italiano probabilmente ignora o sottovaluta: l’ambientazione dell’intera storia nel Diamond District di New York con annessi riferimenti specifici alla cultura ebraica (il rito della Pasqua), la presenza (altro non-attore nel ruolo di sé stesso) del giocatore di basket Kevin Garnett e il rimando alla compravendita di anelli relativi a questo sport. Va da sé, in extremis, che noi stessi ci chiediamo che significato possa avere per i Safdie e i non italiani quel tamarro di Gigi D’Agostino sui titoli di coda.

Uncut Gems si dimostra come il film ideale per chiudere il decennio appena finito, sintetizza tutte le sue mode estetiche e culturali risultando anche un trattato degli effetti del capitalismo su chi in America lo alimenta. Howard (Sandler) è talmente alienato da non capire nulla di ciò che gli sta intorno, tanto che in più di un’occasione è saltato fuori l’idoneo parallelismo col Cattivo Tenente di Harvey Keitel. Quale sarà la sua sorte, lo spettatore allenato può già capirlo dopo 15 minuti, ed è quello l’unico modo per mettere fine alla sua costante creazione di loop esistenziali fatti di pegni, scommesse e quant’altro. Da un lato il suo modo di gestire il denaro e le merci crea suspense all’interno della narrazione, dall’altro instaura un rapporto simbiotico dello spettatore col protagonista. L’opale altro non è che una chiara metafora di ciò che egli è: convinto di valere tanto tra i suoi simili, perennemente svalutato da chi lo giudica, mentre i Safdie rafforzano il simbolismo con la sequenza in CGI che quasi circolarmente apre e chiude l’atto di stare in scena di Howard. L’alienazione investe anche gli affetti familiari, si veda l’empatia verso i figli che amano il basket (per ragioni più sane delle sue); e l’unico dialogo con la figlia è all’insegna del nonsense. E non è un caso che della sua recita scolastica apprezzi, guarda caso, l’effetto scenico di lei che vomita monete. L’unico modo che ha di sentirsi tra le persone è attraverso il controllo a distanza di ciò che gli sta intorno: Uncut Gems è fondamentale, appunto, anche per l’uso che fa degli schermi. Lo smartphone con il quale può sottolineare l’unicità del suo opale, nonché l’unico mezzo con cui può provare del piacere sessuale (quella del sexting è la miglior scena erotica vista negli ultimi tempi), l’attenzione costante ai monitor che segnala chi entra ed esce dal suo regno/negozio mettendolo in pericolo, lo schermo della TV o del pc grazie ai quali può capire se vincerà del denaro, il che per lui equivale non ad una vittoria, ma alla possibilità di dare inizio ad un nuovo loop e far ripartire da capo il gioco su cui si basa tutta la sua vita.

Anche se i Safdie si dimostrano soddisfatti di aver girato sui posti in cui si svolge l’azione, e di aver quindi fatto entrare all’interno del set anche i passanti e la gente sbigottita, questa presenza degli schermi le cui immagini sono fondamentali ai fini del racconto, testimoniano un controllo totale sul profilmico. Lo sbandamento percettivo è solo apparente, come dimostra il sapiente mix di comparse e di attori veri e propri (1). Se si è consapevoli che il film sostituisce la realtà esterna una volta resa quella interna alla storia ben riconoscibile, è salutare vedere un lavoro al cui centro c’è un loser che viene mostrato come tale e per il quale non si può non provare simpatia. In un cinema pieno di supereroi e di storie a lieto fine, i Safdie dimostrano di aver ben assimilato l’insegnamento della Nuova Hollywood e possono esplorare strade interessanti (2).

(1) Oltre ai già citati The Weeknd e Kevin Garnett, alcuni dei gioiellieri interpretano sé stessi. D’altro canto, è da segnalare la gioia di rivedere Eric Bogosian (un tempo celebre stand-up comedian, memorabile in Talk Radio di Oliver Stone) in un ruolo che va contro la sua immagine. Se Lakeith Stanfield si ridimostra un nome che può dare ancora tanto, rimane un dubbio: Julia Fox, al suo esordio, è una non-attrice o una promessa? Per ora ha solo un background invidiabile.

(2) (Nota per i lettori cinefili). Parlando di Uncut Gems, i Safdie nelle interviste tirano in ballo – per il concetto di realismo e messa in scena – i soliti Ladri di Biciclette e Il Posto (ma di Rosi credo siano i soli a preferire Il momento della verità, pare per l’uso del Cinemascope), ma stupisce sentire titoli come David Holzman’s Diary e Medium Cool. Snob o cinefili duri e puri? A conferma di questa aporia, alzi la mano chi quei film li ha visti di recente.

voto_4

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.