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Il film Marvel più visionario e spettacolare.

Creato dalla fantasia di Steve Ditko e apparso per la prima volta nella collana Strange Tales nel lontano luglio 1963, Doctor Strange è l’ennesimo personaggio dei fumetti Marvel ad essere trasportato sul grande schermo, e di certo non il più semplice da tradurre in immagini. Popolare tra gli appassionati ma sconosciuto al grande pubblico, il dottor Stephen Strange, neurochirurgo intelligentissimo quanto arrogante ed egocentrico, vede la propria carriera andare in frantumi in seguito ad un tremendo incidente automobilistico che ne compromette la mobilità delle mani. Alla disperata ricerca di una guarigione, Strange viaggia sino all’Himalaya, intenzionato a mettersi in contatto con un misterioso personaggio, l’Antico, che si vocifera possieda poteri taumaturgici. L’Antico si rifiuta di curare Strange, ma ne intuisce il potenziale, insegnandoli le arti mistiche, ed eleggendolo dopo anni di addestramento al rango di stregone supremo. Stabilitosi a New York, al 177A di Bleecker Street, il suo Sancta Sanctorum, il Dottor Strange difende la Terra dall’invasione di forze oscure e mistiche, contro cui il potere “fisico” di supereroi come i Vendicatori può far ben poco. Bizzarro, anticonvenzionale, per certi versi psichedelico (non a caso molto apprezzato nella cultura hippie tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta), Dottor Strange non è di certo il classico personaggio Marvel, e la sua riuscita nel salto sul grande schermo, nel quattordicesimo lungometraggio griffato Marvel Studios, non era poi così scontata. Al timone dell’impresa il regista Scott Derrickson, talentuoso autore di film horror come Sinister e L’esorcismo di Emily Rose e del remake (incompreso) di Ultimatum alla Terra, che nel curriculum ha pure collaborazioni come sceneggiatore per Wim Wenders e Atom Egoyan, oltre alla produzione di Incompresa per l’amica Asia Argento. Un regista fuori dalla norma e dalla logica del blockbuster odierno era forse la scelta ragionevole per traslare in celluloide le imprese dell’eroe Marvel più sopra le righe. E il risultato finale è miracolosamente riuscito. Derrickson, da buon fan delle tavole di Ditko, rispetta praticamente alla lettera le origini del personaggio, apportando qualche significativa modifica, come quella sul sesso dell’Antico, che qui assume le fattezze androgine di Tilda Swinton. Ma se la struttura narrativa è canonicamente prevedibile e ancorata al concetto molto lineare e hollywoodiano dell’episodio introduttivo ed eccessivamente esplicativo (il viaggio interiore di Strange, da arrogante riccastro ad eroe conscio delle proprie responsabilità e dei propri poteri non è molto distante dal cammino dei vari Iron Man e Thor), Derrickson lavora saggiamente sulle immagini, confezionando sinora il film Marvel più visionario e spettacolare, in cui per una volta l’utilizzo del 3D è un valore aggiunto e non un vezzo aggiunto in post produzione per capitalizzare sugli incassi al botteghino. E il suo film assume i connotati di un immaginifico elogio all’abbandono della razionalità e della ragione, in cui le certezze del protagonista si sgretolano assieme a quelle del pubblico, dove ogni elemento dell’inquadratura si scompone in un coloratissimo patchwork (il lavoro sui colori di Guardiani della galassia non è passato invano, e il direttore della fotografia è non a caso il medesimo, Ben Davis), dove le architetture si piegano su sé stesse in un colossale diorama visivo-sensoriale che più che all’abusatissimo Inception guarda all’opera di Escher e altri autori surrealisti. Un kolossal fuori dall’ordinario quindi, ma che non dimentica le ragioni del pubblico, consapevole della sua natura spettacolare e giocosa. Senza l’epicità, la violenza, le connotazioni dark e le smodate ambizioni “politiche” della concorrente DC, a cui la Marvel quando smette di pensare ai suoi prodotti come a quelli di una catena di montaggio (basti pensare all’orribile Avengers: Age of Ultron o all’appena discreto Captain America: Civil War) dimostra d’aver ancora parecchio da insegnare. Ritmo instancabile, ironia sempre presente (e come non farne uso alle prese con un personaggio la cui principale arma è un mantello “senziente”?), cast assolutamente centrato (a partire da un impressionante Benedict Cumberbatch, credibile e dentro al personaggio anche nelle situazioni più assurde), e meraviglioso score musicale dalle sonorità sixties e psych di Michael Giacchino, dove ad un certo punto affiora pure Interstellar Overdrive dei Pink Floyd. Due gustose sequenze durante i titoli di coda: la prima anticipa l’atteso nuovo film di uno dei più celebri supereroi creati da Stan Lee, la seconda apre le porte all’immancabile sequel dedicato a Doctor Strange e al suo storico avversario, il barone Mordo.

voto_4

Alex Poltronieri
Nasce a Ferrara, vive a Ferrara (e molto probabilmente morirà a Ferrara). Si laurea al Dams di Bologna in "Storia e critica del cinema" nel 2011. Folgorato in giovane età da decine di orripilanti film horror, inizia poi ad appassionarsi anche al cinema "serio", ritenendosi oggi un buon conoscitore del cinema americano classico e moderno. Tra i suoi miti, in ordine sparso: Sydney Pollack, John Cassavetes, François Truffaut, Clint Eastwood, Michael Mann, Fritz Lang, Sam Raimi, Peter Bogdanovich, Billy Wilder, Akira Kurosawa, Dino Risi, Howard Hawks e tanti altri. Oltre a “Il Bel Cinema” collabora con la webzine "Ondacinema" e con le riviste "Cin&media" e "Orfeo Magazine". Nel 2009 si classifica terzo al concorso "Alberto Farassino - Scrivere di cinema".