Sign In

Lost Password

Sign In

Elle foto1

La summa del cinema “imbarazzante” di Verhoeven.

Davanti a un film come Elle, capita (non è un delitto) di sentirsi imbarazzati. Nel senso positivo, in un’accezione persino esaltante dell’aggettivo. Perché se c’è un cinema che uccide letteralmente ogni convenzione e strazia ogni bon ton, che rilancia costantemente come un giocatore invasato al tavolo da gioco, che rinfaccia allo spettatore la sua inadeguatezza e schifiltosità e lo invita a tuffarsi nella mischia (oltre che a farsi carico di ciò che vede e soprattutto pensa), bene, questo è il cinema di Paul Verhoeven.

Non è solamente un cinema spiazzante, vigoroso e violento, quello del regista olandese, è anche una macchina della verità. Pensiamo alla sequenza dello stupro con cui si apre Elle e che funziona da avvertenza prima e da cartina al tornasole poco dopo, quando viene rivissuta da Michèle in due flashback (1). Praticamente è un setaccio della sensibilità dello spettatore, serve a togliergli ogni alibi e a fare polpette della sua (legittima?) aspettativa di assistere a un dramma borghese secondo automatismi e schemi più o meno consolidati. Facile a quel punto ritenere di trovarsi di fronte a una satira, sennonché a Verhoeven non interessa certo fare il verso alla borghesia, come accadrebbe in altri film di cineasti europei meno dotati e coraggiosi. I film di Verhoeven, di cui Elle rappresenta una sorta di summa pur non aderendo al tono glamour di alcuni lavori della lunga parentesi hollywoodiana, hanno semmai il tono aspro e gonfio della polemica: ma una polemica così ribollente di divertito e potente sarcasmo da far pensare a una mescolanza personalissima e in ogni caso originale tra i generi letterari dell’invettiva e del fescennino latino (ormai poco praticati se non del tutto perduti anche nella narrativa e nel teatro). L’oltraggio nel suo cinema è più congenito e (dunque) inevitabile che calcolato, e non è certo un caso se il regista nel nuovo secolo è stato assai poco prolifico. Troppo scomodo un autore come Verhoven, uno che non crede nella bontà naturale dell’essere umano e non smette di mostrare il rovescio delle convenzioni alle quali esso si aggrappa: anche nei puntuali riferimenti al cinema di Hitchcock, pullulante di donne infide, di desideri inappagati, di specchi (2) e di individui insospettabili dall’indole omicida o deviante, Verhoeven persegue l’obiettivo di innescare una reazione a catena dagli esiti più che mai incerti. E più che a mettere semplicemente alle corde chi guarda, sembra puntare a smontare il mondo, almeno per come ce lo hanno fino ad oggi raccontato; il che è persino più imbarazzante perché presuppone una libertà in un certo senso apocalittica, frantumare tutto per costruirne una nuova versione incurante della correttezza politica (si pensi per esempio al nazista buono dell’incompreso Black Book) e che tenga conto delle pulsioni distruttive e inclini alla sopraffazione dell’altro. Quando si tratterà di tirare le somme del cinema di Paul Verhoeven, l’aspetto metanarrativo dovrà avere il suo peso specifico; ma possiamo senz’altro dire che, come per Brian De Palma (3), la sintesi e l’ellissi non ne sono i tratti salienti, mentre l’accumulo e il parossismo sì, e questo è, come è facile immaginare, disturbante per i più.

In Elle, immagini e situazioni paradossali, dolorose e senza “anestesia” sono accostate a personaggi contraddittori o solo apparentemente normali. Michèle è un’imprenditrice nel settore dei videogiochi più violenti e morbosi, in apparenza anaffettiva e cinica quanto può esserlo la figlia di un “mostro” che ha trucidato inspiegabilmente e senza tradire emozione tutto il vicinato. Suo figlio è un sempliciotto senza spina dorsale in balia di una fidanzata capricciosa e belloccia, con la quale ha un figlio che non è di certo suo figlio, ma lui non vuole accorgersene. Il dirimpettaio di Michèle è un broker cordiale e affascinante, sposato con una maniaca religiosa ma tiranneggiato da desideri sadici e inconfessabili. La madre di Michèle è una donna strampalata, amante dei ritocchini con il botox e in procinto di convolare con un aitante toy boy. E potremmo continuare. Ce ne sarebbe abbastanza per ridere, eppure non è proprio con una galleria di freaks e di rimbambiti che abbiamo a che fare, quanto invece con le pedine di un gioco a “disordinare” un microcosmo che ci sconcerta almeno quanto ci incuriosisce. Il pericolo di un cinema così portato al limite è sempre quello di scadere in un entomologismo relativamente a buon mercato, si capisce. Ma se lo spettatore, anche solo per qualche scena, si sente irretito e poi “deluso” come il giovane e incauto impiegato di Michèle che deve calare le mutande per sperare di non perdere il posto (lo scopo della donna non ha a che fare con il voyeurismo che crede lui), è un rischio che vale la maledetta pena di correre.

(1) Il secondo flashback è menzognero e non rispetta l’accaduto, essendo in parte frutto dell’immaginazione di Michèle, però è a sua volta rivelatore.

(2) Gli specchi non mancano di certo in Elle, con tutti quegli interni in cui sembrano trovarsi a loro agio e amano rimirarsi i benestanti protagonisti del film.

(3) Il produttore di Elle è Saȉd Ben Saȉd, lo stesso di Passion (2012, inedito in Italia), ad oggi l’ultima fatica dell’autore di Vestito per uccidere e The Untouchables – Gli intoccabili.

voto_5

Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.