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Parlare di morte e far bene all’anima e agli occhi.

Sgombriamo subito il campo da equivoci e snobismi: Fai Bei Sogni è un film sulla morte. Negli ultimi 10 anni, l’opera di Marco Bellocchio si è sviluppata all’insegna di un dualismo: a film con grandi temi, attori noti e budget alti (il cinema e la rappresentazione in Il Regista di Matrimoni, la vita di Mussolini in Vincere, l’eutanasia in Bella Addormentata) sono seguiti parallelamente film a budget ridotto, intimi, spesso ambientati a Bobbio, suo paese natale (Sorelle Mai, Sangue del Mio Sangue). Fai Bei Sogni sembra un punto di non ritorno, fa collimare le due tendenze appena esposte facendo una summa autoriale di temi e situazioni e, soprattutto, non sappiamo come la filmografia di questo regista si evolverà, in che modo rinascerà di fronte a questa morte. Particolare e universale si uniscono: la sincerità delle intenzioni fa accettare anche sbalzi di tono (anche se non fastidiosi come in Mia Madre o in tutte le opere di Tornatore) e sarebbe interessante constatare quanto sia rimasto del romanzo (a cui il film è solo “ispirato”) di Gramellini, che (deo gratias) non collabora alla sceneggiatura, che vede tra gli altri l’interessante – fresco di premio Strega – Edoardo Albinati.

Facile vedere in Massimo l’ennesima reincarnazione dell’Alessandro di I Pugni in Tasca, ma Bellocchio rimane oggi uno dei pochi autori sanamente moderni (per fortuna senza post) che non si è mai mosso dai propri temi (e qui, i parallelismi con le sue opere sarebbero troppi e pedanti) per aggiornarli, farli respirare e crescere sempre di più, soprattutto perché ogni personaggio (non solo Massimo) porta con sé temi e significati tipicamente bellocchiani. Fai bei sogni mischia vari piani temporali, individua la morte e l’inizio del malessere proprio nei “favolosi” anni 60: la morte della madre come la fase primigenia di perdita di contatti umani e col mondo reale nella sua totalità. Cosa rimane a Massimo, una volta comunicatogli il lutto? I miti della televisione e del mercato discografico, che gli ricordano l’affetto materno: così Belfagor, da sceneggiato televisivo, diventa suo amico immaginario (e nel film vediamo brevi sequenze montate con effetto straniante, un po come accadeva in Gli occhi, la bocca) e in una sequenza tanto candida quanto blasfema, in chiesa non prega col prete bensì “recita” i versi di Resta cu’mme. E quando la madre, consapevole della propria malattia, canta, si arresta e piange guardando il figlio, è quanto di più vicino a Pietrangeli si sia visto negli ultimi anni al cinema. Massimo, poi, accetterà il padre solo come tifoso del Torino; in contrasto con le statue abbracciate dalla mdp in una delle sequenze iniziali, instaura strane ma similari analogie a quelle del capolavoro Le Pont du Nord (1983, Jacques Rivette), viste dalla madre del protagonista, per lei il peso della Storia è ancora presente: i miti d’oggi la spazzeranno via, dando al presente un tocco funereo.

Giunti a questo punto, gli anni 90 dovrebbero entrare a far parte dell’intreccio per tirare le fila del discorso, invece donano all’opera una sorta di circolarità. Non tutto viene sciolto, ma si sublima sotto forma diversa. Essi vengono raffigurati come una vera e propria discesa negli inferi, simboleggiati, ad esempio, da un rave, con Miriam Leone che rappresenta il passaggio all’età adulta, la madre/Belfagor sotituita da una fidanzata/Nosferatu. Piergiorgio Bellocchio, reporter di guerra, che “costruisce” la sua foto con un bambino che gioca al Nintendo, oltre a nutrire, ancora una volta, strane assonanze col Philippe Leroy di L’occhio selvaggio (1967, Paolo Cavara), è un altro simbolo dell’amoralità e della superficialità del tempo presente: personaggio a cui il film riserva solo questa scena, film che al posto di donare più tempo a personaggi che lo farebbero aprire, in realtà preferisce chiudersi, come anche il prete interpretato da Herlitzka intento a parlare di luci e stelle non può avere troppo spazio in un opera così mortuaria. La circolarità viene definitivamente esplicitata quando Massimo adulto (un Mastandrea molto bravo che gioca di sottrazione), vede Elisa/Bérénice Bejo tuffarsi in piscina: tutto (ri)torna, nulla cambia, se non in peggio. Si può fuggire da tutto, ma la morte è una costante e lascia il segno.

Poco è stato scritto su quanto sia libero e sregolato (Nouvelle Vague?) il montaggio nei film di Marco Bellocchio: è questo che tiene in piedi i piani narrativi, i decenni lontani, i contatti tra i vari media in Fai Bei Sogni e dà vita anche a un découpage che alterna bellamente campi lunghi a primi piani (ma meriterebbe un approfondimento anche l’uso dei silenzi). Basterebbe questo a evidenziare che tipo di opera lo spettatore ha di fronte, troppo libera, personale e universale per assomigliare a qualcos’altro, ma che proprio per questo riesce, ancora di più, a splendere di luce propria. Un regista che soprattutto negli ultimi 15 anni possiede una vitalità difficilmente incasellabile, e che pur parlando di morte fa bene all’anima e agli occhi.

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Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.