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FRANTZ

FRANTZ

Frantz foto4

Oltre i confini.

Nella conferenza stampa durante la quale ha presentato il suo film in Concorso a Venezia, François Ozon ha precisato che la scelta dell’alternanza tra bianco e nero e colore corrisponde alla differenza di sentimenti che suscitano. Il b/n sarebbe il colore del lutto e del dolore dovuto al passato bellico, mentre il colore avrebbe a che fare con la vita che rifluisce, con il calore del sangue che circola in un corpo sano.

In realtà le cose sono più complesse di così da qualunque punto di vista le si osservi, dato che le immagini di Frantz hanno sempre un forte margine di ambiguità, sia che si tratti del ricordo di una tragedia sulle linee del fronte della Grande Guerra sia che riguardino la vita spensierata condotta a Parigi da due giovani amici di buona famiglia (in un flashback a colori di incerta natura e lettura). Frantz è infatti il punto di convergenza, uno dei possibili punti di convergenza, di alcune delle ossessioni più radicate e caratteristiche del cinema di Ozon. Un cinema in cui convivono fantasmi (si pensi al magistrale Sotto la Sabbia), immagini a cavallo tra realtà e menzogna, sguardi che si posano sull’altro credendo di possederne la chiave e il mistero, finendone inopinatamente respinti. Non è solo una questione di Storia se il superamento delle barriere – e in Frantz l’attraversamento dei confini è continuo – produce più conflitto e guerriglia che comprensione. Adrien spera di alleviare il suo senso di colpa, ma la sua intenzione è accolta (e con fatica) solo a patto di assumere le sembianze di un fantasma, spogliandosi di sé. Inconsistenza che egli non può reggere, come dimostra la conclusione dell’emblematica sequenza in cui suona il violino per i genitori del defunto. Per analogia il viaggio di Anna in Francia, che pare più facile perché la ragazza conosce bene la lingua (come conferma a richiesta della madre di Adrien) ed è mossa dal desiderio di perdonare e ricominciare davvero a vivere smettendo i panni della vedova di guerra, incontra il maggior ostacolo nelle convenzioni e nella barriera di classe. Ossia in un altro confine e in un altro fantasma, all’indomani di quella guerra mondiale che ha “democraticamente” ucciso ricchi e poveri, nobili e ceti inferiori. Tutto è cambiato, ma niente sembra mutare veramente.

Messo in questa prospettiva, il melodramma di Frantz si sfalda in un’alternanza di sguardi in preda al desiderio che si perdono nell’indistinto quando lo spirito dei tempi reclama il suo prezzo. La guerra non solo non ha risolto nulla e si è risolta in un massacro senza senso, ma ha lasciato dietro di sé il germe di ulteriori incomprensioni. Rispetto al pacifismo di Broken Lullaby (L’uomo che ho ucciso, Ernst Lubitsch, 1392, di cui il film di Ozon è parziale remake), Frantz è meno netto e il dubbio rimane fino all’ultimo. Illudersi può offrire un argine al dolore e al lutto, ma non essere uno stato permanente. Nessuno è mai uguale a un altro: come non si può impersonare un fantasma così nulla coincide mai perfettamente con quanto si immagina e si desidera. E, sul versante del film (post)bellico, la pace non è l’assenza di lotta, assomiglia invece a un equilibrio momentaneo di forze pronte a dilaniarsi, proprio come quegli eserciti che si fronteggiavano asserragliati nelle trincee del 1914-18. La guerra, insomma, sembra l’humus sotterraneo dell’esistenza stessa. Una conclusione pessimista che può apparire in contrasto con l’accettazione finale della verità e della vita da parte di Anna (interpretazione caldeggiata dallo stesso regista), ma che mantiene vivo e nervoso il racconto fino alla fine.

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Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.