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GLI INVISIBILI

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Uno degli ultimi Autori del cinema americano.

Non so in che misura Oren Moverman sia considerato un autore. I suoi film riscuotono sempre critiche positive, ma al box office si rivelano sempre dei fallimenti. Complice la loro poca commerciabilità: dato che un fan di Bruno Dumont non andrebbe mai al cinema a vedere un film con Richard Gere protagonista, la distribuzione italiana ha pensato bene di riferirsi a un altro tipo di pubblico, e quindi di spacciarli come film di genere (il primo, Oltre le regole, come un film di guerra, il secondo, Rampart, come un action giustizialista), salvo poi scontentarlo poiché si sono trovati a vedere film lenti e in cui non succede niente.

Ma il Nostro in tre film ha espresso una sua impronta autoriale: i protagonisti dei suoi film sono spesso degli emarginati; se il poliziotto di Rampart incarnava tutto il razzismo di un’America anti-progressista costretta a fare i conti col nuovo che avanzava (un Ethan Edwards degli anni 90? un aggiornamento del Cattivo Tenente?), in questo Time out of mind seguiamo l’odissea di un barbone in una New York piena di persone cariche di rabbia verso un mondo in cui non hanno alcun posto, perlopiù individui anonimi. Ed egli stesso è un anonimo, non avendo né denaro né documenti di identità, un po’ come L’uomo senza passato di Kaurismaki: ma qui non c’è ironia e forse nemmeno redenzione. Ma Moverman è anche un regista dotato di uno stile personalissimo, asciutto e minimale a cui in ogni film sembra aggiungere qualcosa di nuovo. Basta vedere, in Oltre le regole, il piano-sequenza di 8 minuti in cui nulla succede tra Will e Olivia. Quanti registi americani oserebbero tanto? O il modo in cui in Time out of mind riprende il passo lento e stanco di Gere: la mdp è sempre lontana dal nostro protagonista, a volte lo si intravede appena nella folla, e il regista si “costringe” a riprendere i dialoghi con lo zoom proprio per non avvicinare troppo l’obiettivo a ciò che sta succedendo, ad essere il meno invasivo possibile.

Il film vive di piccoli momenti e di ridondanze, proprio per restituirci nella maniera più veritiera possibile una vita fatta di stenti e di rassegnazione. Non ha uno svolgimento vero e proprio, gli avvenimenti sembrano quasi casuali e il film rischia molto sia nel non chiudere la storia, sia nel mettere in scena il minimo indispensabile. Anche se è quasi impossibile non commuoversi quando Richard Gere viene respinto per l’ennesima volta da sua figlia, in una scena fatta solamente di sguardi e poche sillabe. Con la sua ottima interpretazione, è impossibile anche non immedesimarsi col protagonista del film, spesso meditabondo e taciturno con pochissimi momenti di gioia, quindi lontano dagli standard a cui i film d’impegno americani ci hanno abituati. E anche il melò è messo abilmente da parte: infatti spesso sembra quasi di vedere un documentario (qualcuno ha tirato in ballo Cassavetes). Come verrà accolto un film simile in Italia? Siamo sicuramente scettici, ma qui abbiamo un grande film, diretto da uno dei pochi autori che il cinema americano degli ultimi anni ci ha saputo donare.

voto_4

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.