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Grand Prix foto 1

Quando il pilota conta(va) più della macchina.

Se il cinema è la vita con la soppressione delle parti noiose, Grand Prix potrebbe essere un eccellente esempio di come nemmeno il cinema possa fare a meno di seccature e lungaggini, risultandone nonostante tutto più forte e vitale.

Ossia, per venir fuori dalla facezia, il film di Frankenheimer, che per altri versi ben rappresenta i cascami di un gigantismo produttivo che una certa Hollywood degli anni Sessanta praticava con instancabile disinvoltura (ma la presenza nel cast di attori americani, francesi, italiani, giapponesi – Garner, Montand, Sabàto, Mifune – è giustificata e non stona, per una volta), sconta la necessità di raccontare le storie private dei protagonisti, al di là della spasmodica coreografia dell’azione che con ogni evidenza era la principale preoccupazione del regista, qui come in altre opere della sua filmografia. Ma nonostante ciò o forse proprio per questo, il divario tra le lunghe e mai monotone sequenze dei gran premi e le piatte vicende sentimentali e interpersonali, gioca curiosamente a favore di un cinema dinamico, che corre senza freni, sperimentando con gioia e piglio persino pionieristico: soluzioni come l’on-board camera, che a noi oggi sembrano ovvie, non erano usuali nemmeno nelle riprese televisive delle corse degli anni Settanta, per intenderci. Di modo che, verrebbe da dire, anziché appesantire il film (la critica è quasi unanime nel biasimo, sotto questo aspetto), le lentezze e gli impacci del plot finiscono con l’esaltare enormemente il lavoro di Frankenheimer e della sua troupe (il regista ha ben dimostrato in seguito di sapere raccontare anche la disillusione e la fine dei rapporti sentimentali nello struggente e sottovalutato I Temerari, del 1969)

E d’altra parte il romanzesco spinto che secondo molti costituisce una debolezza troppo marcata per essere passata sotto silenzio, trova riscontro in realtà nella cronaca sportiva del tempo. La Formula 1 degli anni Sessanta traboccava difatti di situazioni rocambolesche e al limite del macabro. Troppo “forte” il finale con la morte violenta del pilota favorito al titolo nell’ultimo gran premio? Bene, nel 1961 accadde proprio questo: il tedesco della Ferrari Wolfgang von Trips, nella corsa decisiva a Monza, uscì di pista travolgendo e uccidendo quattordici spettatori assiepati contro le reti di recinzione e perdendo la vita egli stesso. Il compagno di squadra Phil Hill ebbe via libera conquistando il primo posto in gara e l’alloro mondiale per un solo punto di differenza. D’altra parte che gli incidenti fossero così spesso mortali all’epoca (ma anche in seguito: i nomi di Gilles Villeneuve, Ayrton Senna, Jim Clark, Jochen Rindt e Ronnie Peterson sono solo i più famosi di una lunga e tragica lista) non è certo una sorpresa se si pensa che le cinture di sicurezza, oggi ovvie anche per i comuni automobilisti, furono rese obbligatorie sulle vetture di Formula 1 solo a partire dai primi anni Settanta (soprattutto su insistenza del pluricampione mondiale Jackie Stewart): in precedenza, poiché le probabilità di incendio della vettura a seguito di un incidente erano altissime, si preferiva farne a meno per consentire una pronta fuga ai piloti (!).

L’enorme sfoggio di tecnica, con l’esasperazione dello split screen sul Panavision del film, non mette però in ombra una delle qualità principali di Grand Prix, almeno per chi lo guarda con l’occhio dello spettatore di sport: la grande freschezza con cui viene colto il mondo dell’automobilismo di allora, prima della mastodontica invasione degli sponsor, quando le scuderie non erano ancora vere e proprie multinazionali con alle spalle colossi come Mercedes o Honda (la Ferrari era un caso a parte all’epoca, come anche in seguito del resto) e il pilota contava quanto se non più della macchina. Un effetto secondario, visto che l’intento di Frankenheimer era quello di andare sempre al massimo, spesso riuscendoci. Ma che considerando il “verismo” con cui il film fu girato – non mancano in piccoli ruoli i campioni del tempo, come Jack Brabham – non può nemmeno sorprendere molto.

voto_4

Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.