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Il nuovo capitolo della saga di Michael Myers.

La scommessa di un altro reboot della saga di Halloween (dopo i due di Rob Zombie) si è rivelata vincente dal momento che il progetto alle spalle prevede una trilogia. La critica che si potrebbe rivolgere a questo secondo capitolo è di essere solo preparatorio a un epico scontro finale rimandato al terzo ma qui, per evitare spoiler, non ne parleremo. Il successo è probabilmente garantito anche da strategie commerciali molto ovvie (che film dell’orrore si va a vedere ad Halloween?) e dal fatto che una casa come la Blumhouse garantisce nel contesto americano una certa fedeltà al genere che è difficile trovare in altri prodotti (su tutti, i remake finanziati da quel tamarro di Michael Bay o, peggio, i film targati Asylum): budget ben poco stellari come si conviene alla serie B, CGI presente ma non invasiva così da renderlo un prodotto all’altezza dei suoi tempi, un immancabile buon tasso di violenza. Piccoli elementi che lo rendono godibile non solo agli appassionati.

Il franchise, oltre ad essersi rivelato quindi un’efficiente macchina da incasso, si avvale di altre strategie per avere come suo luogo d’elezione la sala e non il piccolo schermo. Nonostante un prologo nel 1978, l’ambientazione contemporanea fa sì che si eviti l’effetto Stranger Things, mettendo invece al centro del racconto un eterogeneo campionario di adulti, quasi tutti protagonisti dei precedenti capitoli della serie e ormai cinquantenni, piuttosto che dei ragazzini intrappolati in una serie di segni che fanno molto retromania. Effetto acuito anche dall’importanza che gli schermi assumono all’interno del profilmico: se il caposaldo La notte dei morti viventi è un ovvio referente (città assediata da una minaccia sovrannaturale) mentre si può capire la piccola vertigine che causa (per il periodo storico) Il tunnel dell’orrore, poco chiaro è perché compaia Minnie e Moskowitz. Per sottolineare la stravaganza dei personaggi? David Gordon Green ha cercato di alzare il tono? Dubito che saranno in molti a riconoscerlo. Gli schermi sono scelti con cura e denotano anche l’ambiente, e la comparsa di televisori analogici serve anche a staccarsi dalla vecchia saga, rendendo questo scarto tra un elemento meta (un film che richiama esplicitamente un altro film) e ciò che prova lo spettatore (paura, tensione) di intensità maggiore. Perciò il film di Cassavetes è un tocco inaspettato, da film che è apparso facendo zapping e non da segno isolato che si rivolge al fanzinaro più avanzato.

Halloween Kills evita le strizzatine d’occhio agli stessi fan – che sicuramente sapranno riconoscere i tanti rimandi – in quanto il nuovo franchise può essere visto anche senza conoscere le saghe precedenti. Come è tipico dei sequel, il secondo capitolo deve dare ovviamente più del primo: il numero di omicidi aumenta assieme alla loro cruenza rimanendo fedele all’etica di non scadere mai nello splatter gratuito; i tagli di montaggio si complicano cercando di collegare tra loro una rete di personaggi la cui vulnerabilità e morte accrescono la statura metafisica di Michael Myers. Altro non serve dire per un capitolo il cui successo è già stato decretato a livello mondiale: come gli slasher di un tempo, basta non pretendere troppo. L’unica speranza è che la dolorosa resa dei conti finale non si trasformi, nel terzo e ultimo capitolo, in uno scontro tra supereroi.

voto_3

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Campano, suoi articoli sono apparsi tra gli altri su Segnocinema e Blow Up. Cinefilo folgorato tanto da Godard quanto da Mario Bava ma diffidente di chi limita il proprio pantheon autoriale al solo Occidente. Pensa ancora che la critica debba essere una voce nel dibattito costante tra opera e spettatore e non un diktat a sé stante. Ha un disgraziato debole per le liste.