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Buco foto1

Una sfida ai limiti della messa in scena.

È difficile trattare un film come il terzo lungometraggio di Frammartino, un cineasta decisamente alieno nel panorama italiano e non solo. Il rifiuto della parola, la totale fedeltà al rapporto suono/immagine (col grande Renato Berta come direttore della fotografia), i tempi dilatati e dosati per garantire la piena immersività al pubblico verso ciò che si proietta sullo schermo, risultano in una sfida sia per lo spettatore che per il critico. Il buco ha spiazzato molti, nella sua lucida scelta di non dare soluzioni precise in ciò che si vede, esigendo la fedeltà nello spettatore chiamato a compiere un’esperienza fisica e mentale su ciò che viene mostrato (e una sola visione non basta). Chi si approccia per la prima volta al cinema di questo straordinario autore rimane senza dubbio spaesato e, data la mole di film da vedere in questo settembre, la risposta più semplice è il rigetto. Anche per chi aveva visto il precedente Le quattro volte (2010), era inevitabile la delusione: il regista ha ripetuto la sua formula, non c’è segno di evoluzione, insomma, non ha nulla di nuovo da dire. Niente di più sbagliato, per chi scrive. Il buco (premio speciale della giuria a Venezia), racconta una storia con un inizio e una fine, in cui ognuno può leggere ciò che vuole, ed è un passo in avanti nell’evoluzione di un autore che ha già dimostrato di possedere uno stile che è pienamente maturo.

Se in Le quattro volte il modello di Vittorio De Seta era ancora evidente (filmando la “festa della Pita” già al centro de I dimenticati), ne Il buco Frammartino imposta una serie di contrapposizioni dialettiche inedite nel suo cinema: la più evidente è sicuramente quella tra vecchio e nuovo (la caverna/il Pirellone all’inizio) o tra arcaico e moderno su cui tutti si sono soffermati; e, intrinseco al modello narrativo adottato, quello tra finzione e documentario. Quest’ultimo è evidente nella scelta di raccontare un episodio risalente al 1963 e ambientare l’intero film in quell’anno. Ciò porta anche a una riflessione interna alle immagini, mostrando un paesaggio rimasto quello di allora, sia quello naturale (i campi, gli allevamenti) che contemporaneo (il centro abitato). La modernità del boom economico non è rappresentata dagli speleologi del Nord, ma entra nel film tramite piccoli segni incompatibili con la realtà rappresentata. Più che lo schermo televisivo inquinato da un cattivo segnale (un simbolismo piuttosto immediato), è il numero di Epoca che stupisce: le immagini di JFK, della Loren e delle pubblicità alimentari ritornano nelle inquadrature risemantizzate, bruciate e poi distrutte per permettere all’uomo il pieno compimento del rapporto dialettico con la natura e fare un passo verso la conoscenza, usando gli stracci della modernità già passata come un utensile per sfidare qualcosa di millenario.

La contrapposizione è resa ancora più evidente avvicinando, col montaggio alternato, l’esplorazione con un anziano morente, ossia tra chi si è nutrito di un passato millenario che forse scomparirà e chi usa la scienza empirica per studiare nuovi territori invisibili ai nostri occhi. Frammartino non sembra propendere né per l’arcaico né per il moderno, rendendo stupide le accuse di “ritorno al bucolico” o paternalismo da parte di qualche detrattore. Il film non è altro, quindi, che una riflessione sui limiti della conoscenza, su quanto gli uomini nel loro rapporto con la natura possano spingersi oltre e legittimare la finitezza del loro sapere, a cui è funzionale la dialettica luce/buio su cui si basa il racconto visivo. E anche l’assenza di dialoghi spinge ad una maggiore concentrazione sul profilmico, evitando qualsiasi distrazione data dallo sviluppo di personaggi o di intrecci non basati puramente sulla forza delle immagini.

Procedendo in questo modo, Il buco non può che concludersi con una nebbia che invade lo schermo, col suono che aumenta la sua intensità, creando un rapporto antitetico tra la pienezza della colonna sonora e un’immagine al grado zero. Ennesimo richiamo alla labilità del nostro sguardo di un autore che sfida i limiti della messa in scena.

voto_4

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.