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IL CLIENTE

IL CLIENTE

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Una discesa agli inferi con qualche perplessità.

Il cinema di Asghar Farhadi ci ha abituato a una complessità di messa in scena e ad una precisione di scrittura che si offrono come controprova e millimetrica resistenza ai dilemmi dei personaggi e alle problematiche di una società in lotta con le sue aporie. Più sono articolate le strutture dei suoi film e più i personaggi, rinvigoriti dall’opposizione che trovano nel contesto in cui sono inseriti, si pongono dinanzi allo spettatore come attori di drammi che si fanno sotto i suoi occhi, in modo credibile, senza apparente artificio di sceneggiatura o di regia. O almeno, per limitarci agli ultimi film, questa è una delle principali linee di forza del capolavoro Una separazione, mentre per Il passato il discorso è solo lievemente meno sfumato (anche per via della sua ambientazione francese).

Detto in altra forma, la forza delle storie di Farhadi è nell’attrito produttivo tra la minuziosità della drammaturgia e una direzione degli attori che fonde egregiamente gli ambienti (la cui caratterizzazione è sovente impeccabile) e le prestazioni degli interpreti. In questo ultimo Il Cliente assistiamo però a una sorta di esplicita duplicazione delle piste narrative, dal momento che la coppia protagonista formata da Emad e Raana recita anche a teatro il ruolo dei coniugi, nel classico di Arthur Miller Morte di un commesso viaggiatore. Tutta la prima mezz’ora del film, dopo una sorta di prologo che pone la condizione di partenza della storia (il trasloco obbligato da un palazzo lesionato), ha il sapore della costruzione di una routine intrecciata di vita domestica, vita professionale (Emad insegna in una scuola) e vita artistica che serve a introdurre la frattura, il momento di esplosione della crisi – l’aggressione subita dalla donna – e l’aggrovigliarsi della situazione che porta all’ultimo terzo di film, una discesa agli inferi che distrugge in via definitiva l’intesa tra i due. Non a caso e senza possibilità di equivoco, le inquadrature conclusive con l’uomo e la donna al trucco nel camerino del teatro sono l’equivalente di un ideale campo e controcampo nei quali la loro relazione si fa integralmente fittizia e limitata alla finzione scenica. E ciò avviene in un rapporto dialettico con il testo di Miller che non è mai scontato.

Ma se sotto questo profilo il film dà ancora l’impressione di funzionare malgrado taluni passaggi e sottolineature più didascalici del necessario (per esempio quando durante una delle repliche dello spettacolo Raana ripensa al suo dramma privato e si blocca completamente), Il Cliente è viceversa claudicante quando mette in scena il rimosso e il sostrato della cultura di Emad, che da uomo e insegnante tollerante e progressista si trasforma in un vendicativo oppressore. Qui si fa più evidente lo sforzo di manipolazione registica e arricchimento allegorico del discorso del film, che dilapida in parte la tensione della splendida ellissi su cui si regge tutto il meccanismo thriller della ricerca di una soluzione alla crisi (la porta lasciata aperta da Raana è la metonimia della falla nelle certezze intellettuali sue e, ancor di più, del marito). Farhadi ha cura di ambientare la resa dei conti messa in piedi da Emad nell’edificio ormai abbandonato, ma ancora colmo di memorie, da cui egli e la moglie si erano dovuti allontanare inizialmente: con passaggi senz’altro pregnanti – l’umiliazione del responsabile della ferita inflitta a Raana, la resa del denaro, la convocazione del coro familiare dell’uomo per svergognarlo di fronte ai suoi cari – ma che appaiono eccessivamente tesi a togliere ogni dubbio agli spettatori sullo scopo del film, che mai come nel finale si avvicina a un lavoro a tesi con quanto ne consegue in termini di dissipazione dell’ambiguità. Una conclusione che tenta di fare quadrare tutti i conti che, a essere sinceri, dall’autore di Una separazione non ci saremmo aspettati.

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Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.