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IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE

IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE

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Il nuovo noir del regista Orso d’oro Diao Yinan.

Distribuire in questo momento Il lago delle oche selvatiche sembra una scelta azzeccata: da un lato è un film di genere di un regista asiatico premiato nel 2014 da un Orso d’oro, dall’altro lo favorisce la recente vittoria agli Oscar di Parasite. Se Fuochi d’artificio in pieno inverno in Italia incassò meno di 80 mila euro, ci si augura che i 2 milioni e passa di Parasite non siano infatti un caso isolato nel nostro mercato distributivo, ma i segni di un’apertura del pubblico verso il cinema dell’Estremo Oriente: dubitiamo che la maggior parte degli spettatori occasionali, una volta visto il trailer, vada ad informarsi se il film è coreano o cinese. Scelta azzeccata, inoltre, anche perché l’opera n. 4 di Diao Yinan, dopo aver concorso per la Palma d’oro a Cannes, in Cina ha incassato solo nella prima settimana ben 23 milioni e mezzo di dollari (quasi quanto Jumanji 2: cifra impensabile da noi al di fuori di Zalone) con un’uscita in 60 mila sale, grande passo in avanti rispetto alle 20 mila del film precedente. Forse, avrà giovato avere alle spalle una robusta produzione e una distribuzione eterogenea divisa tra Estremo Oriente (tra i nomi coinvolti, anche la vecchia volpe hongkonghese Stanley Tong) ed Europa (addirittura le francesi Memento Films e Arte France Cinéma).

Se negli anni 90 il cinema cinese poteva ancora vantare una dualità Hong Kong/Taiwan che segnalava la specificità da una parte del genere e dall’altro dell’autorialità occidentalmente intesa, oggi le carte si mescolano e tutto l’Oriente sembra subire il passaggio a un linguaggio cinematografico panasiatico pur conservando qualcosa della propria terra di provenienza. Non è un caso che proprio nel 2000 (lo stesso anno del successo planetario di La Tigre e il Dragone) sia uscito il film caposcuola del contemporaneo cinema cinese, Suzhou River di Lou Ye, filmmaker appartenente ai registi della “sesta generazione”. Seppur semplicistico nel plot e nelle scelte stilistiche, ha avuto il pregio di mettere in scena un paesaggio perifico post-industriale, rimettendo al centro delle immagini dei luoghi e un’umanità senza abbellimenti. Questa attenzione sarebbe stata sviluppata da due dei maggiori registi degli ultimi 20 anni (Jia Zhang-ke, che in Italia negli ultimi anni ha avuto l’onore della sala; e l’ostico documentarista Wang Bing, che passa solo ai festival e su Fuori Orario). Va da sè che dal 2000 ad oggi, quello della Cina è un cinema estremamente variegato, fatto di sperimentalismo (Dragonfly Eyes, ancora inedito in patria), autori duri e puri (Bi Gan), parecchio cinema di genere e film che strizzano l’occhio a uno spettatore globalizzato (A Sun, uscito di recente su Netflix). Fuochi d’artificio in pieno giorno, purtroppo, si collocava in quest’ultima classe e aveva l’aria del compito ben svolto essendo però un noir piuttosto convenzionale, di quelli che nei flani dei festival vengono sbrigativamente liquidati con assurdi parallelismi con Chabrol e Melville.

Il lago delle oche selvatiche, invece, mostra una maturità e un approccio diversi che giovano alla sua riuscita. Diao, coadiuvato dalla bella fotografia di Jingsong Dong (che sembra lavorare esclusivamente per lui e Bi Gan), gioca bene coi flashback e metabolizza bene l’arte dell’ellissi, che anni fa costituì una delle maggiori cifre stilistiche di alcuni autori taiwanesi, creando suspense e scegliendo di mettere in scena alcuni punti nodali dell’intreccio un attimo dopo lo svolgersi delle loro conseguenze sui personaggi, eliminando in questo modo la parte “centrale” che costituisce l’avvenimento. Allo stesso tempo, non arretra davanti alla violenza, con un uso del fuori campo che sembra ricordare la secchezza di Takeshi Kitano e un montaggio aggiornato ai tempi, e non si tira indietro nemmeno di fronte al sesso (1). Diao gioca la carta del noir e del plot di un uomo ricercato da polizia e malviventi per girare in realtà un road movie, analogamente a quanto Bi Gan faceva nel lungo (e pleonastico) piano-sequenza di Kaili Blues. I luoghi percorsi dai due protagonisti, non fungono da mero sfondo alle vicende, ma servono a farci entrare all’interno di una realtà periferica (la città di Wuhan) per riflettere sul suo seducente degrado e sulla sua umanità che sembra vivere sempre al di qua della legalità, rendendo evidente la lezione di Suzhou River. Per andare oltre l’estetica dei posti mostrati, segue la sottolineatura di tutte le pratiche comunitarie e folcloristiche: se ne I figli del fiume giallo (in cui Diao, non a caso, fa parte del cast) le discoteche e l’uso di YMCA servivano come uno spaccato della Cina benestante che ha smarrito la sua identità culturale, qui tutto si abbassa ai balli in piazza con scarpe fosforescenti, sempre accompagnati da un brano straniero (questa volta dei Boney M). La riuscita del film sta proprio in questo abbassamento: se Fuochi d’artificio aveva un protagonista poliziotto che alla fine ce la fa, Il lago delle oche selvatiche guarda la città di Wuhan dal basso e ha il suo punto di forza nel mettere al centro un pesce piccolo della malavita il cui destino è segnato dopo il primo grave errore, e l’assenza di qualsiasi sentimentalismo come si conviene al genere (i due protagonisti non scopano perché si amano, e Zhou Zenong bada solo a come sopravvivere anche quando pensa alla moglie).

Quasi tutti i registi che abbiamo citato prima, comunque, continuano ad avere problemi con la censura del loro Paese (addirittura, questo capita anche all’ultimo film del cripto-propagandista Zhang Yimou). Gli ultimi due di Diao sono esenti, probabilmente perché la legge non viene mai mostrata sotto un’ottica negativa, almeno non in maniera esplicita (i poliziotti fanno il loro dovere e i cattivi alla fine muoiono o vengono puniti). Eppure tra le immagini stavolta qualcosa c’è. Si noti, infatti, come vengono spartiti i territori tra le gang e, un quarto d’ora dopo, tra gli agenti di polizia. Il discorso sembra chiaro: entrambi hanno la stessa mentalità di fondo e lo stesso scopo, e per raggiungerlo adoperano gli stessi metodi. Un film della New Hollywood lo avrebbe sottolineato con un abile montaggio alternato, Diao accenna il discorso, parla tra le immagini, forse proprio per non perdere la libertà.

(1) In una inquadratura, Gwei Lun-mei sputa il coito della fellatio nel lago che dà il titolo al film. Da spettatore occidentale, noto che era dai tempi di Happiness (1999!) che non si vedeva dello sperma on screen, in un film, del resto, che non ha nulla di erotico e non appartiene al genere comico.

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Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.