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IL RITRATTO NEGATO

IL RITRATTO NEGATO

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Il film-testamento di un grande regista.

Durante una gita in campagna si sente chiamato, a valle, dai suoi studenti. Ci si chiede come farà a ridiscendere la collina, senza un braccio e una gamba persi in guerra, con grosse stampelle a reggere un corpo stanco. Niente paura, sicuramente l’ha fatto molte altre volte: è Wladyslaw Strzeminski, il pittore d’avanguardia, il teorico dell’unismo che si sdraia sull’erba e inizia a rotolare, seguito da una mezza dozzina di allievi.

Si apre regalando un pesante sorriso questo lascito del Maestro polacco Andrzej Wajda, scomparso circa un mese dopo la presentazione del film al Toronto Film Festival. Il Ritratto Negato è effettivamente un film-testamento, perché con lo stesso rigore di un tempo porta avanti una riflessione coerente a una poetica narrativa che si era già imposta sessant’anni prima con il magnifico Cenere e Diamanti. Così, Wajda si interroga un’ultima volta sul passato e sul futuro della sua terra.

Strzeminski, che è il più grande artista polacco della sua epoca, vive da solo in un piccolo appartamento fatiscente, disegnando con un solo braccio. Nel rapido incedere del realismo sovietico, il pittore prende le distanze da un’arte su commissione, documentaristica, a cui viene assegnato il compito di accompagnare la rinascita del Paese rappresentando i valori più nobili della rivoluzione. La sua condotta lo porterà a perdere il posto di docente all’istituto artistico di Lodz e a vedere distrutti, o nascosti, i suoi capolavori. Nonostante ciò, Strzeminski continuerà a impartire lezioni ai pochi studenti rimasti fedeli, cercando allo stesso tempo di mantenere un rapporto sereno con la sua unica figlia. La repressione sovietica lo lascerà però in un buio isolamento, senza gli strumenti per proseguire il suo lavoro e provvedere al suo sostentamento.

Il cliché cinematografico dell’intellettuale vecchio, malato ed emarginato presenta spesso la figura di un soggetto che protegge la sua individualità sotto uno spesso strato di diffidenza. Nel caso di Strzeminski, l’anima sorretta da due stampelle è quella di un uomo puro, aperto, che non sfrutta l’arte come strumento reazionario contro una politica che non lo soddisfa, ma che semplicemente chiede di poter continuare a perseguire lo scopo primigenio della creazione. Il pittore, spogliato di ogni velleità eroica, combatte esclusivamente per la sua dottrina artistica più profonda. La trama toccante, che si dipana tra uffici governativi, ospedali e scuole d’arte, è sorretta da interpretazioni di altissimo livello, a partire dal protagonista, il Boguslaw Linda de L’Uomo di Ferro, film con cui il regista vinse nel 1981 la Palma d’oro a Cannes. Rimarchevoli anche le performance della figlia, interpretata da Bronislawa Zamashowska, e di Zofia Wichlacz, una studentessa che finisce per innamorarsi del pittore.

Magistrale la scenografia degli interni, che riprendono i colori simbolo del pittore nelle sezioni legate alle lezioni e alle esposizioni, per poi rituffarsi nella grigia decadenza della dimora di Strzeminski. In questo nido si svolge la scena tecnicamente più affascinante della pellicola, in cui lo studio del pittore al lavoro viene letteralmente avvolto da un rosso acceso che si riflette sulla tela. Un enorme drappo di Stalin su sfondo rosso comunista sta infatti coprendo l’intera facciata dell’edificio, impedendo all’artista di approfittare della luce naturale del sole. Con una calzante metafora, Andrzej Wajda suggerisce già in questa prima metà dell’opera il triste destino del protagonista.

Powidoki, in inglese Afterimage (il titolo italiano è giustificato dall’assenza di un corrispettivo ben definito)  è ciò che accade quando, distogliendo gli occhi da un’immagine fissata a lungo, un suo residuo resta ancora per qualche istante proiettato sulla retina. In altri termini, una sensazione visiva che persiste una volta scomparso lo stimolo originario. Così, Strzeminski continua coraggiosamente a vedere la sua arte anche dopo che la stessa è stata schernita, condannata e rigettata. Dei residui di immagine potrebbero a lungo restare anche negli occhi dello spettatore.

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Alberto Ferrante
Nasce a Catania nel 1995. Nella prima adolescenza inizia ad avvicinarsi al cinema, facendo rapidamente della settima arte il suo grande amore, insieme alla letteratura. Con le prime visioni di C’era una volta in America e Toro Scatenato inizia a percepire, come affermava Tarkovskij, ciò che risiede al di là dell’inquadratura. Così, si dedica alla ricerca di stili e tagli espressivi sempre nuovi. Ama i grandi classici europei, la New Hollywood, il cinema orientale e quello sudamericano, sostenendo sempre le piccole e pregevoli produzioni italiane. Scrive anche di cultura, cronaca, economia e tecnologia.