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Prendere o lasciare.

“Un film che ha bisogno di essere commentato, non è un buon film.” (Akira Kurosawa)

La sequenza iniziale di Knight of Cups vede Christian Bale che vaga in un paesaggio desertico, smarrito, controvento. Dato il regista e, come poi scopriremo, il personaggio, essa non può non richiamare alla mente l’analoga sequenza con Sean Penn nel pre-finale di The Tree of Life. Entrambi immersi in una metropoli disumanizzante, entrambi smarriti moralmente. Ora, Malick si autocita? Presuppone, da parte dello spettatore, una conoscenza pregressa del suo cinema? Probabilmente quest’ultima, perché Malick sembra sempre più concepire la sua opera come un progetto solido e unitario. In The Tree of Life, (quasi) tutti eravamo lieti di vedere finalmente un regista hollywoodiano che usava la mdp per sconvolgere il punto di vista, fare della poesia e dell’ellissi il punto di forza della sua enunciazione. Era già ben presente il sospetto di delirio d’autore, certo, ma non si può escludere la stimolante ventata di novità che quel film (a suo modo) spartiacque portava con sé. Ma se un Autore è tale anche perché parla sempre delle stesse cose, giunto a questo Knight of Cups, il regista texano sembra aver perso qualsiasi ispirazione e voglia di osare: sarebbe, a questo punto, idoneo parlare di maniera; dal momento che le sue figure non aggiungono nulla di nuovo, ma ripetono quanto già detto.

Si sa che ogni suo film è occasione per tour de force critici che attingono alle più disparate aree della filosofia e della conoscenza, ma la serie di rimandi cognitivi che il titolo vorrebbe instaurare con il campo dei tarocchi e della magia in generale, è solo pretestuosa. Nessuno nega la suggestione di certe immagini, firmate in coppia con Emmanuel Lubezki, ma cesellare per quasi due ore una serie di sequenze non produce per forza di cose senso. Sono altri segnali di quanto il cinema di questo regista sia diventato ermetico e chiuso in se stesso, compiaciuto di parlare a pochi e, analogamente a certi ultimi film di Abel Ferrara, convinto che qualsiasi cosa riempia il quadro faccia Cinema: la presenza, dietro di esse, di un Autore le caricherà di senso e sarà compito del fan-esegeta farsene portavoce a chi non le sa cogliere. E se Malick qualche volta è stato paragonato a Herzog, dispiace constatare che lo scarto tra i due è enorme: il regista tedesco (come constatò nell’85 in Tokyo-Ga di Wim Wenders) è alla ricerca di immagini “pure” che nessuno ha mai filmato, attraverso le quali mira a creare estasi e conoscenza nei suoi spettatori. Le immagini di Malick, invece, sono già sature, già utilizzate in tanti altri media (come abbiamo visto, anche da lui stesso) e finiscono per divenire solo un ammasso di pixel sostituibile e per nulla indispensabile.

Anche di personaggi è fatto il suo cinema. Viene da notare che forse il tratto più interessante di Malick è l’uso che egli fa del corpo attoriale. Per un cinema così d’essai, è sicuramente spaventosa la quantità di divi che ha portato davanti alla macchina da presa: il suo passato in quel cinema americano degli anni 70, così libero e senza compromessi, sopravvive nell’utilizzo di attori che vanno da Christian Bale a Antonio Banderas, noncurante dell’immagine che li precede, quindi come se fossero un elemento della scenografia o del quadro. E all’epoca era un’operazione rischiosa tanto quanto oggi, anche se comune in un certo tipo di cinema (un esempio per tutti, le rockstar catatoniche in Strada a doppia corsia di Monte Hellman). Ma anche i personaggi scontano caratterizzazioni e simbolismi a dir poco banali (e non si spiega perché questo ad un regista come Malick venga perdonato). Nancy/Cate Blanchett svolge la professione di medico e, difatti, dovrebbe “curare” Rick/Christian Bale con l’amore; il miliardario, al party superkitsch di Banderas, che parla delle sue lacrime (da coccodrillo) versate sui morti di Sarajevo, simboleggerebbe qualcosa come la falsità dei nuovi ricchi statunitensi; per non parlare di Natalie Portman, l’ennesima redenzione offerta al protagonista che dovrebbe chiudere il film, e invece si risolve in un nulla di fatto.

Prendere o lasciare: da anni il cinema di questo regista funziona così. Francamente, con autori in giro come Lav Diaz, Wang Bing, Pablo Larrain, Jafar Panahi, Oren Moverman (e tanti altri), preferiamo lasciare, dato che il futuro delle immagini in movimento sembra non essere più compito di Malick.

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Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.