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Hacksaw Ridge foto2

Lo scomodo e “urlato” cinema di Mel Gibson.

Come separare la vita privata di Mel Gibson dal suo percorso come attore e regista? Difficile accostarsi a questo Hacksaw Ridge senza dimenticare che dietro c’è l’autore de La passione di Cristo e Apocalypto, la celebrità che si è lanciata in insensati insulti razziali e che è finita a più riprese sulle copertine dei tabloid a causa dei suoi problemi personali. Per poi essere ostracizzata dalle major, dimenticata come un giocattolo un tempo divertente e ora difettoso. Invece Mel è ancora tra noi, e con questo suo nuovo film ce lo urla in faccia a pieni polmoni. Ambientato in America, ma girato nella “sua” Australia, co-finanziato dallo stesso regista dopo che si è visto chiudere molte porte in faccia, Hacksaw Ridge è per Gibson un vero e inaspettato riscatto: incassi più che buoni negli Usa come in altri paesi, recensioni entusiastiche e addirittura sei nomination all’Oscar, inclusa quella per il miglior regista. Sì, Mel è ufficialmente tornato. E non casualmente il suo war movie, che si fregia consapevole di una struttura narrativa e di un impianto spettacolare “classico” e apparentemente anacronistico (si veda Allied di Zemeckis), “finge” di parlare della (seconda) guerra mondiale, ma è interessato soprattutto a puntare la luce sulle scelte individuali del suo protagonista, immagine riflessa dell’autore che si scontra con l’ottusità di un mondo il quale combatte e si sacrifica per la propria libertà, ma poi non concede ad uno dei suoi soldati il diritto di andare in guerra senza portare con sé nessuna arma. Non illuda più di tanto il retrogusto pseudo-pacifista: se può risultare sorprendente, da parte di una personalità come Gibson, la scelta di costruire un film attorno ad un personaggio che sceglie di andare in guerra non per uccidere il nemico ma per salvare quante più vite umane possibili, se questa ostinata volontà di proclamarsi contro l’uso della violenza può essere condivisa, va sottolineato che non si fa nulla per condannare la guerra e i suoi mezzi, visti comunque come l’unico mezzo per ristabilire l’ordine e i propri sacrosanti valori. Così come non passa mai in secondo piano il pressante e onnipresente ideologismo religioso del regista, che si identifica totalmente nel soldato Desmond Doss, nobile e coraggioso quanto invasato (al punto che i compagni di plotone vorrebbero scacciarlo, accusandolo di infermità mentale o mandandolo davanti alla corte marziale). Questa è la cifra, il leit motiv su cui si appoggia Hacksaw Ridge, e in generale tutto il cinema di Mel Gibson. Prendere o lasciare. Non ci sono sfumature, il “messaggio” traspare in maniera diretta, a suo modo onesta, senza lasciare spazio a troppe ambiguità o riflessioni (per quelle rimandiamo ad un altro, sottovalutatissimo film uscito in questi giorni, che parla della guerra e soprattutto dell’America di oggi, ossia Billy Lynn: Un giorno da eroe di Ang Lee); e per questo il film di Gibson appassiona, facendo sorvolare sulla (tanta) retorica, su una parentesi romantica totalmente accessoria, su un cast malamente assortito. Anche perché Gibson ha mano libera e sembra convinto soprattutto nella seconda parte, quella della lunghissima battaglia di Hacksaw Ridge, ad Okinawa, in cui psicologie e personaggi finiscono in secondo piano, e dove affiora un immagine della guerra cupa, violenta, selvaggia, in cui non vengono risparmiati colpi bassi degni di un film horror (basti pensare alla sequenza dell’incubo notturno di Doss), che pare una sorta di visione iperbolica della Passione di Cristo (senza dimenticare l’insopportabile tortura che concludeva Braveheart), dove la sofferenza e il dolore sono impartiti ad un intero plotone di soldati e non a una singola persona. E’ in questo inferno di sangue e fuoco, tonitruante, talvolta sgradevole, in quest’ottica orrorifica e allucinata del conflitto bellico, che fatica a trovare catarsi anche nelle pacificatorie didascalie conclusive, che Gibson rimarca una volta di più, e con decisione, la singolarità del proprio sguardo, la scomodità del suo cinema all’interno di un panorama sempre più standardizzato e politicamente corretto. Un cinema che (forse) si merita considerazione e rispetto, ma anche così “urlato” e consapevole che fatica a farsi amare e che, esaurita la visione, lascia un’amara sensazione di incompiutezza.

voto_3

Alex Poltronieri
Nasce a Ferrara, vive a Ferrara (e molto probabilmente morirà a Ferrara). Si laurea al Dams di Bologna in "Storia e critica del cinema" nel 2011. Folgorato in giovane età da decine di orripilanti film horror, inizia poi ad appassionarsi anche al cinema "serio", ritenendosi oggi un buon conoscitore del cinema americano classico e moderno. Tra i suoi miti, in ordine sparso: Sydney Pollack, John Cassavetes, François Truffaut, Clint Eastwood, Michael Mann, Fritz Lang, Sam Raimi, Peter Bogdanovich, Billy Wilder, Akira Kurosawa, Dino Risi, Howard Hawks e tanti altri. Oltre a “Il Bel Cinema” collabora con la webzine "Ondacinema" e con le riviste "Cin&media" e "Orfeo Magazine". Nel 2009 si classifica terzo al concorso "Alberto Farassino - Scrivere di cinema".