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LA GRANDE SCOMMESSA

LA GRANDE SCOMMESSA

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Una scommessa americana.

Hospitals not profit full
The market’s bull got pockets full
To advertise some hip disguise
View the world from American eyes
(No Shelter, Rage Against The Machine)

Raccontare la grande crisi economica mondiale da cui ancora stiamo cercando di risollevarci non è impresa facile. Ancora più difficile spiegare le ragioni che hanno portato sull’orlo del baratro tante banche e tante famiglie in tutto il globo. Impresa quasi impossibile poi, rendere appassionante e chiaro per il “grande” pubblico un complesso bagaglio di terminologie economiche e statistiche (CDO sintetici, subprime, obbligazioni ipotecarie…), in cui farebbero fatica a vedere chiaro anche i broker più navigati. Se poi a mettere in scena tutto ciò è chiamato un signore che risponde al nome di Adam McKay, conosciuto soprattutto per le sue pellicole comiche interpretate dal socio Will Ferrell (o per il sito umoristico Funny or Die), il disastro pare annunciato in partenza. Tutto sommato invece, La grande scommessa è una pellicola riuscita e meritevole d’attenzione. Al contrario di altri film che negli ultimi anni hanno affrontato gli stessi argomenti con tono misurato e drammatico (da Too Big to Fail al ben più riuscito Margin Call sino al documentario Inside Job), McKay predilige una chiave di lettura farsesca e ironica, in linea maggiormente con quella sguaiata di Scorsese in The Wolf of Wall Street, così come uno stile metodicamente caotico, a metà via tra Oliver Stone e certo cinema americano dei Settanta: tanta macchina a mano, immagini sgranate e sporche (il direttore della fotografia è quello di Ken Loach e di molti film di Greengrass, e si vede), inserti documentaristici, personaggi che sfondano continuamente la quarta parete, accumulo sconsiderato di riferimenti pop, frame da videoclip e altri film e canzoni in colonna sonora. Una baraonda dei sensi, probabilmente un po’ datata e rozza, che tuttavia restituisce fedelmente il clima di confusione, malafede e cinismo che ha portato l’economia globale al suo punto più basso dalla crisi del 1929. McKay è un populista, non va troppo per il sottile, punta il dito contro l’avidità delle banche, su un sistema capitalistico (principalmente quello americano) che si è arricchito e ha costruito le proprie fondamenta sopra un sistema di mutui ipotecari concessi in maniera sconsiderata, ignorando le conseguenze negative nell’imminente futuro. Il regista pecca forse in semplicismo, non dà spazio a molte sfumature, ma centra l’obiettivo della sua invettiva in modo più deciso e focalizzato rispetto al precedente Poliziotti di riserva, che si scagliava egualmente, benché dietro la confezione da buddy demenziale, contro lo strapotere delle banche e gli scandali finanziari degli ultimi anni. Anziché concentrare la propria attenzione sull’apice della Crisi, McKay punta i riflettori qualche anno prima, su cinque outsiders della finanza (interpretati da Christian Bale, Steve Carell – entrambi ottimi -, Ryan Gosling e dai giovani Magaro e Wittrock) che intuirono la portata del disastro alle porte, ma non furono creduti da nessuno. Qui risiede la maggiore ambiguità e al contempo l’elemento più interessante del film di McKay, poiché questi personaggi “scommettono” più o meno in maniera letterale (tramite un complesso meccanismo di acquisizione e vendita di titoli), sul fallimento del proprio sistema economico, in modo da trarne un profitto negli anni seguenti. E certo, se il finale è velato da una sottile quanto retorica amarezza, non si può non considerare questo The Big Short (anche) come l’ennesima occasione per esaltare la capacità, tutta americana, di trarre vantaggio e ricchezza anche nelle situazioni più avverse e infelici, sfruttando la propria intelligenza, la propria capacità di vedere “oltre”, il desiderio di essere superiore agli altri. All’attivo, non è poco, c’è comunque la capacità (o perlomeno il tentativo) di scuotere, far discutere e non annoiare trattando argomenti di tutt’altro che facile comprensione, affidandosi ad espedienti magari facili, ma molto divertenti, come quello di far spiegare complessi concetti economici a celebri personaggi del mondo dello spettacolo (la popstar Selena Gomez, lo chef Anthony Bourdain e l’attrice Margot Robbie che pare uscita direttamente dal set del Lupo scorsesiano) con metafore alla portata di tutti. Al netto di inevitabili ambiguità e della retorica del caso, La grande scommessa è un film necessario e vitale, che può essere amato o odiato come un documentario di Michael Moore (magari quello sul capitalismo), ma non lascia indifferenti. Da segnalare, all’interno di un ricco cast di protagonisti maschili, la presenza di tanti comprimari del gentil sesso (Marisa Tomei, Karen Gillan, Melissa Leo) che in poche sequenze sono in grado di rubare la scena.

voto_3

Alex Poltronieri
Nasce a Ferrara, vive a Ferrara (e molto probabilmente morirà a Ferrara). Si laurea al Dams di Bologna in "Storia e critica del cinema" nel 2011. Folgorato in giovane età da decine di orripilanti film horror, inizia poi ad appassionarsi anche al cinema "serio", ritenendosi oggi un buon conoscitore del cinema americano classico e moderno. Tra i suoi miti, in ordine sparso: Sydney Pollack, John Cassavetes, François Truffaut, Clint Eastwood, Michael Mann, Fritz Lang, Sam Raimi, Peter Bogdanovich, Billy Wilder, Akira Kurosawa, Dino Risi, Howard Hawks e tanti altri. Oltre a “Il Bel Cinema” collabora con la webzine "Ondacinema" e con le riviste "Cin&media" e "Orfeo Magazine". Nel 2009 si classifica terzo al concorso "Alberto Farassino - Scrivere di cinema".