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LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE

LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE

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L’evasione, il Fato e il ritorno alla realtà.

Può risultare un’esperienza rischiosa quella di portare a vedere l’ultimo film di Woody Allen il vostro amico cinefilo. Dentro ci può vedere di tutto, dai melodrammi della Hollywood classica fino ad alcuni richiami all’interno dell’opera del suo autore (come sempre). Altre storie, simili a quelle che la Winslet ama leggere nei cineromanzi, segno che queste storie (anche quella del film di Allen) sono già state raccontate ed è giusto che ne richiamino altre relative al presente in cui è ambientato il film. Ma la ragione per cui Wonder Wheel è sicuramente il miglior film degli ultimi cinque anni del prolifico regista, sta nel modo in cui agiscono questi stilemi, mai in maniera metatestuale: il vecchio è solo una patina, una pillola che viene indorata, che per nulla prepara al nichilismo dell’ultimo quarto d’ora. Laddove in quel cinema c’era la speranza dietro al (a volte) negato happy ending, Allen sa che tutto ciò qui agisce come memoria, patrimonio già consumato e quindi vecchio, e tocca andare avanti: facendo agire negli anni 50 soluzioni narrative tipiche dell’era contemporanea.

Avendolo troppo spesso ridotto ad autore solamente ridanciano o svagatamente nostalgico, prima o poi qualcuno dovrà prendersi anche la briga di studiare il ruolo preponderante dell’eros nel cinema di Woody Allen (1). Si veda in questo caso la carica sensuale che Juno Temple trasmette sin dalla sua entrata in scena, o il modo di camminare di Kate Winslet sulla spiaggia (e l’inevitabile fascinazione erotica da parte di Justin Timberlake) e il suo modo di alternare l’impaccio a comportamenti da predatrice, che trova un consolidamento nel modo in cui viene abbracciata dai rossi di un ispiratissimo Vittorio Storaro. Lo spettatore da parte sua non può non aggrapparsi a una consumata Winslet, e giustificare tutte le sue nevrosi e i suoi sogni di amore e di evasione dalla solitudine, malgrado sia ai margini delle gioie della vita perché il cinema l’ha nutrita di illusioni su cosa sia il vero amore, e quanto a noi perché sappiamo a priori che posto brutto e malsano potesse essere l’America degli anni 50 per chi nella vita non aveva avuto successo. Wonder Wheel come ogni melò sembra in crescendo, dal primo incontro al crearsi di un innocente triangolo, finché culmina sordidamente e poi non esplode. Perciò il finale ci sembra tanto amaro, perché abbiamo desiderato tanto che Juno Temple uscisse di scena e facesse vivere il sogno alla sua matrigna: ciò che ci spiazza e che ci rende ipocriti è il non condividerne il modo.

Dal sogno all’incubo, per una volta non si sa da che parte stare, perché il vero protagonista della vicenda è il Fato: espresso metaforicamente dalla ruota che dà il titolo al film e che campeggia sulla spiaggia, nonché simbolicamente ricorrente nelle opere letterarie citate da Timberlake (ma ci aveva avvisato!). Le cose avvengono per caso e gli uomini non sanno come reagire davanti alla propria solitudine, confinati a leggere libri su una spiaggia o in quel teatro fatto di due scene che è la vita della Winslet (casa e lavoro). Si può evadere, certo, forse dando fuoco a tutto come suo figlio (l’unico personaggio tragicamente comico del film) e rifugiandosi nei film western: ma l’evasione prevede sempre un ritorno alla realtà, e lo sapevano bene Cecilia (La rosa purpurea del Cairo) e Mikey Sachs (Hannah e le sue sorelle). Mai come questa volta l’incubo non sembra avere via di fuga, siamo addirittura oltre l’ambiguità. La storia di due egocentrici che vogliono tutte le attenzioni su di sé (che sia la passione amorosa o il successo letterario), con l’annesso teorema che non si esce dalla propria condizione, da anni non veniva raccontata così bene.

(1) Aspetto poco studiato che ha sicuramente molte sfaccettature. Un elenco che non ha la pretesa di essere esaustivo: dalle potenti scene di sesso in Matchpoint alla coprolalia della prostituta Mira Sorvino in La Dea dell’amore, dalle continue relazioni adulto/giovane (da Manhattan a Irrational Man) fino all’uso che Allen fa di certe attrici (le luci tenui utilizzate per mettere in risalto Kristen Stewart in Café Society, il ruolo che svolge il duo Johansson-Cruz in Vicky Cristina Barcellona).

voto_4

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.