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L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA

L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA

Other side of hope foto3

La resilienza degli esseri umani.

Finché c’è un porto dove attraccare, e persone alle quali rivolgersi per farsi aiutare, c’è ancora speranza. Fin dalle prime sequenze, che sembrano riannodare i fili con la più recente opera del regista Miracolo a Le Havre (2011), il cinema di Aki Kaurismäki continua a battere sullo stesso tasto, quello della speranza nell’amicizia e nella reciproca comprensione tra gli uomini.

Per comprenderlo basta porre mente, in questo suo ultimo L’altro volto della speranza, alla differenza di accoglienze sperimentate dal giovane esule siriano Khaled, a come cioè egli venga ricevuto prima dalle istituzioni finlandesi e in seguito dal disinvolto uomo di mondo Wikström (il sessantenne Sakari Kuosmanen, già in diversi film di Kaurismäki e anche cantante solista oltre che con i Leningrad Cowboys). Nel primo caso, una scansione quasi militare di primi piani in campo e controcampo con inquadrature frontali e centrate che nel loro ripetersi, con la sola variazione delle traduzioni dell’interprete quasi sempre fuori campo, benissimo esprimono il rapporto formale e burocratico che l’Europa odierna ha stabilito come il modello da seguire verso le persone (prima ancora che verso i cittadini). Il segmento in cui il giudice stabilisce che Khaled non ha i requisiti per rimanere come rifugiato non fa che rincarare la dose (e il sarcastico contrappunto del telegiornale serve soprattutto a farci ridere a denti strettissimi della sentenza). Nel momento in cui incontra Wikström, viceversa, Khaled viene accettato solo per quello che è, un ragazzo che ha bisogno di lavorare e in difficoltà a muoversi in un ambiente nuovo e sotto sotto profondamente intollerante, come dimostrano le comparse, brevi ma decisive, degli ultranazionalisti finlandesi. Senza tante interrogazioni, il giovane fuggito da Aleppo trova una piccola e scombiccherata comunità che lo accoglie e lo aiuterà persino a riabbracciare la sorella perduta nel lungo viaggio attraverso l’Europa.

Tutto lineare quindi? Tutto semplice? Magari lo sarebbe se i personaggi fossero (dei) semplici. Ma a ben pensarci non è proprio così. La comicità spesso irresistibile di L’altro volto della speranza si sprigiona proprio dall’imprevedibilità dei personaggi, compresi quelli secondari, raramente monodimensionali. E il senso del film coerentemente non sta nell’invito al sabotaggio delle regole della società, quanto nel racconto della resilienza degli esseri umani. La sorella di Khaled, quando si ricongiunge finalmente al fratello, pare testardamente intenzionata a ripercorrerne i passi e a scontrarsi con l’ottusità delle norme e dei funzionari dell’immigrazione. L’ineffabile trio di dipendenti del ristorante “La pinta dorata” è sempre intento a cercare soluzioni per i problemi, non a lamentarsi o a tramare gelosamente l’uno contro l’altro oppure verso l’ultimo arrivato. Per finire, e iniziare, con l’esuberante Wikström: lo vediamo quando, determinato, lascia la moglie alcolista e un lavoro da rappresentante ormai alla fine per reinventarsi coraggiosamente come ristoratore grazie alla vincita in un’esilarante partita di poker. Personaggi mai banali, outsiders che Kaurismäki pone a fondamento di una possibilità di vivere diversamente, senza cedere alla tentazione di descrivere un’umanità buona e caritatevole che si contrappone a quella indifferente dei nostri giorni. Sono loro l’altro volto della speranza; come in una dissolvenza incrociata rispetto ai burocrati dell’incipit, sono persone che affrontano di petto i problemi, prescindendo dalle lamentele, dai calcoli egoistici, dai pregiudizi e dall’adesione pedissequa ai regolamenti. La stessa moglie di Wikström torna in extremis come un esempio positivo di chi ha ancora il desiderio di vivere, di chi evita di rinchiudersi nel torpore e nel fatalismo. Probabilmente non è lecito affermare che sia un film fiducioso, quello di Kaurismäki, che continua a girare in pellicola come per marcare la diversità del suo cinema. Il quale, semmai, è un cinema speranzoso, che spera in una umanità periferica e concreta, non rassegnata. La differenza tra i due aggettivi è grande, ed è la cifra naturale di un umanesimo singolare e immarcescibile.

voto_4

Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.