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L’ARTE DI VINCERE

L’ARTE DI VINCERE

moneyball08

Come si fa a non essere romantici con il baseball.

L’arte di vincere è un titolo decisamente fuorviante, a meno che non sia stato tradotto con un intento sarcastico dalla distribuzione italiana, ma è altamente improbabile. Sarebbe stato più corretto “La scienza di vincere” oppure “L’arte di accettarsi e di prendere consapevolezza dei propri limiti”, dal momento che il protagonista Billy Beane invoca una vittoria che mai ha saputo ottenere, né negli affetti personali, né nella propria carriera iniziata come grande promessa del baseball (rimasta delusa), né come General Manager degli Oakland Athletics, squadra di baseball costretta ogni anno a vendere i suoi giocatori migliori per motivi di bilancio.
Dopo la sconfitta contro i New York Yankees del 2001, Billy – stufo di non riuscire ad accedere alle World Series per vincere il titolo della Major League e fortemente contrariato dal fatto che la società gli abbia negato un aumento del budget per il mercato – incontra Peter Brand, un giovane laureato in economia, sostenitore delle teorie della sabermetrica di Bill James, ovverosia “la ricerca per la conoscenza oggettiva del baseball”. Secondo James, deve essere adottato un metodo statistico per poter comprare vittorie, basandosi quasi esclusivamente sulla “on-base percentage” di ogni giocatore, cioè la percentuale che indica il numero delle volte in cui viene conquistata una base senza aiuto di penalità. Grazie a questo metodo, Beane e Brand riescono a sopperire alla mancanza di un alto budget, acquistando giocatori che sono stati scartati dagli altri club (semi-infortunati, ex alcolizzati, privi di autostima) ma con un’alta “on-base percentage”. I risultati daranno ragione a entrambi: gli Oakland Athletics otterranno il record di imbattibilità vincendo venti partite di fila, malgrado il valore complessivo della rosa non superi i 260.000 dollari.
Detto questo, L’arte di vincere non è certo una celebrazione del Sogno americano. Gli Athletics non accederanno comunque alle World Series perché perderanno ancora nel primo round del post-season contro i Minnesota Twins. Billy Beane verrà contattato dagli ambiziosi e ricchi Boston Red Sox ma rinuncerà all’opportunità di diventare il loro General Manager per rimanere a Oakland: due anni dopo saranno ovviamente i Red Sox a vincere le finali del campionato, adottando proprio le teorie di Bill James.
Alla luce anche del recente Foxcatcher, il regista Bennett Miller può essere considerato un vero e proprio iconoclasta del genere sportivo: nessun eroe, nessun gesto atletico da immortalare. La macchina da presa viene tenuta lontana dall’azione e dal campo di gioco, non si stacca mai dagli interni degli uffici, degli spogliatoi e delle abitazioni, quasi a voler ribadire che lo sport si fa soprattutto con le parole e con i soldi, come se fosse nient’altro che l’ennesima rappresentazione del sistema capitalistico. Non è un caso che il titolo originale del film sia Moneyball e che uno dei due sceneggiatori sia Aaron Sorkin, lo stesso di The Social Network e, in seguito, della serie tv The Newsroom, anch’essa ambientata praticamente soltanto negli interni di uno studio televisivo.

Eppure, rispetto a Foxcatcher e agli altri lavori firmati da Sorkin, L’arte di vincere dimostra un certo romanticismo e un affetto notevole nei confronti dei suoi personaggi, a partire da Billy Beane, un quarantenne disilluso, che gli occhi malinconici di un eccezionale Brad Pitt raccontano meglio delle immagini stesse. Attraverso il metodo statistico di James, Beane concede una seconda opportunità ai giocatori “deficitari” e rifiutati dagli altri club, preferendoli a quelli più talentuosi e celebrati: a tal proposito, rimane nel cuore la scena in cui lui e un suo assistente si recano a casa di Scott Hatteberg per proporgli un contratto con gli Athletics, nonostante questi sia stato messo fuori gioco da un grave infortunio al polso.
Quello che forse è davvero al centro del discorso de L’arte di vincere è quindi il rapporto tra statistica e voglia di riscatto, tra metodicità e riabilitazione, tra zen e arte della manutenzione della motocicletta. Senza l’attuazione delle teorie della sabermetrica, non ci sarebbe mai stata la possibilità per giocatori come Hatteberg di riproporsi. E senza di loro, la statistica non avrebbe avuto senso, sarebbe rimasta pura teoria. Indimenticabile il finale, in cui l’amico e braccio destro Peter Brand – interpretato da un misurato ma sempre esilarante Jonah Hill – mostra a Beane il video di Jeremy Brown, battitore di centoventi chili che inciampa goffamente per terra mentre corre verso la prima base, ma è ignaro di aver mandato la palla al di fuori dello stadio, segnando così un fuoricampo. “Hai capito, Billy? E’ una metafora” gli chiede Peter, come se non fosse certo che la passione di Beane per questo sport non sia stata intaccata del tutto dall’ennesima delusione. “Pete, sei un bravo ragazzo” è la sua risposta, poco prima di distendersi sull’erba del campo, per respirare il sentimento dello sport e delle sue troppe sfaccettature, della vittoria e della sconfitta. Perché la vita è sempre rialzarsi dopo le cadute.

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Emiliano Dal Toso
Appassionato di cinema e musica, grande lettore di sport, ha deciso di aprire un blog di cinema dal nome Il bello, il brutto e il cattivo una sera che spulciava quello dell’ex calciatore del Padova Alexi Lalas. La cosa è nata un po’ per gioco e un po’ per noia, ma poi ci ha preso gusto: scrive anche su La Voce D’Italia e Potato Pie Bad Business e ha scritto su Cinerunner, L’Occhio Meccanico e Indie-Rock. Dopo una laurea in giurisprudenza alla Statale di Milano, è il momento di un Master in Critica Giornalistica all’Accademia Silvio D’Amico di Roma. Sogna una notte da leoni in compagnia di Vince Vaughn e Seth Rogen ed è persuaso di essere fidanzato con Natalie Portman e Keira Knightley, anche se loro non lo sanno. Tifa Milan, Los Angeles Lakers e Fortitudo Bologna e rimane convinto che Fernando Torres sia stato il centravanti più forte degli anni Duemila.