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Lazzaro felice foto1

Dogman e Lazzaro Felice, ambedue in concorso a Cannes, vantano una coproduzione europea, in entrambi i casi molto significativa: sia per la scelta del personaggio principale, coraggiosa perché insolita per le abitudini dell’identificazione spettatoriale, sia perché i due film segnano un punto di arrivo nella filmografia dei registi che, aiutati da un budget alto, possono ambire a portare a termine un progetto più ambizioso dell’ordinario. Eppure, allo stesso tempo, sia Garrone che Rohrwacher rimangono fedeli a una propria linea autoriale, ampliandola e approfondendola ancora di più, senza scadere nel prodotto da esportazione, bensì risultando perfettamente radicati nel contesto italiano in cui decidono di ambientare le loro storie. E’ il terzo lungometraggio per la Rohrwacher, e si ritrovano tutti gli elementi chiave dei suoi lavori precedenti, tipici di un cinema che divide, senza mezze misure, o detrattori o sostenitori, tertium non datur.

Come nei film precedenti ci sono alcune costanti stilistiche e tematiche. Da un lato la novità del formato 1.66 è fondamentale per una regista che fa largo uso della macchina a mano, pedinando costantemente i suoi personaggi e adoperando, rispetto a Garrone, un montaggio molto più frammentato, veloce quando deve semplicemente descrivere la vita ordinaria dei suoi protagonisti e disteso quando si palesa il fantastico. La restrizione del quadro limita la nostra capacità scopica ancora di più e segnala la maturità di una regista che ha il controllo totale sul profilmico. Dall’altro, la scelta di girare in pellicola, di nuovo in 16mm, dà uno spessore materico alle immagini soprattutto mettendo in scena, nella prima parte, una favola rurale girata nel Viterbese la quale, pur essendo trattata col distacco di un’autrice interessata ad altro, echeggia la tradizione popolare, conscia del fatto che ci stiamo confrontando con un mondo dalle usanze premoderne. Il dualismo tra i contadini e la marchesa dà il senso infatti di una dimensione astorica e quasi da racconto orale: il filo sotterraneo dello sfruttamento di classe, certo, ma anche questa casa-castello in cui, inavvertitamente, viene fuori un gusto quasi barocco per l’uso del colore negli arredamenti. Si fa strada il fantastico in mezzo a immagini così materiche, ed è lì la cifra personale della Rohrwacher: nel vecchio che imita il vento nell’abbrutimento della metropoli (quanti, con tanta etica e delicatezza, sarebbero capaci di dire si stava meglio quando si stava peggio in modo così candido?) o in Lazzaro che sembra quasi comunicare telepaticamente col lupo (e non osiamo immaginare di che abomini sarebbe stato capace un Reygadas). Va segnalato anche un uso non comune, in un cast piuttosto eterogeneo (come non si vedeva dalle coproduzioni degli anni 70 o da Mortacci), del corpo attoriale, con Natalino Balasso e Nicoletta Braschi che non riecheggiano il loro passato, ma funzionano come una novità per gli spettatori; oltre al carattere sperimentale che tale operazione di amalgama porta con sé.

Agisce, ma non come orpello o citazione, la memoria del cinema del passato, sia italiano (di nuovo Citti, ma anche Olmi, Zavattini e De Seta) che straniero (sicuramente Herzog: il richiamo al regista tedesco viene spontaneo se si pensa alle stupefacenti inquadrature dall’alto della parte centrale, ma anche per il protagonista Lazzaro, che sembra un novello Kaspar Hauser). Lunare e di un pragmatismo parossistico, il protagonista non conosce astrazione, e non cambia mai (nemmeno fisicamente) nel corso del film. In Dogman era proprio l’imprevedibilità del Canaro ad instillare nello spettatore la curiosità per il seguito del racconto, in Lazzaro Felice è l’opposto. Tanto che anche il suo ruolo all’interno della famiglia, pur rimanendo sempre al grado più basso, cambia continuamente: dalla sua inutilità per il sospetto di fantasma alla riabilitazione per la sua straordinaria conoscenza delle piante (e quindi una presunta importanza nell’economia del piccolo gruppo).

Lo scorrere del tempo viene segnalato da alcuni piccoli oggetti, un walkman che riproduce una brutta canzone dance anni 90, il televisore al plasma nella seconda parte. Attraverso la fiaba, quindi, e con un tempo del racconto ampio e un uso modernista delle location, Lazzaro Felice diventa uno spaccato dell’Italia contemporanea, visto dalla prospettiva dei poveri, senza assumere toni da pamphlet ideologico. Nulla cambia nella storia di questa famiglia, rimanendo costoro sempre schiavi di qualcuno; non vi è la banale nostalgia per la terra e la vita semplice, ma (nella bellissima panoramica a tre quarti del film che richiama quella finale di Le meraviglie) il dolore del ricordo; la perdita delle radici per colpa del progresso; l’ingenuità che nella società contemporanea viene sempre punita; nonché la sequenza degli extracomunitari che si prostituiscono per lavorare.

L’opera della Rohrwacher, quindi, riconferma la sua inclinazione alla riscoperta dell’Italia inedita, spesso ignorata dal cinema turistico, nonché l’approfondimento dei sentimenti dell’animo umano, espressi da individui che, dato il retroterra incolto, li esternano in maniera amplificata e (perché no?) più poetica. Speriamo che il caso di Cannes 2018 non resti isolato nella futura produzione italiana.

voto_4

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.