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LE COSE CHE VERRANNO

LE COSE CHE VERRANNO

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Le certezze e le scelte.

L’avenir, senza discriminazioni e con un po’ di approssimazione, è un film che può provenire solo dalla Francia. Le ragioni sono troppe, ma in Italia l’intellettuale non sembra trovar posto al cinema, figuriamoci mettere al centro di un film due coniugi insegnanti di filosofia. In Francia, invece, i produttori non hanno alcuna paura ad investire in opere in cui, bene o male, i personaggi hanno a che fare con la cultura alta (a volte anche costruendo film che flirtano col genere, si veda ad esempio Nella Casa di Ozon). Sono discorsi che meriterebbero di essere approfonditi da chi non si occupa solo di critica, ma rammentare il contesto ci è sembrato necessario per sostenere come L’avenir sappia essere un film fuori dalla propria industria: Mia Hansen-Løve adotta uno sguardo pudico, ingannando gli spettatori già dal titolo (promette un futuro non mostrandocelo) e, con una narrazione decisamente dilatata e sottotono, inserendo molti tempi morti senza commentarli con musiche (1). Perché quest’ultima scelta?

Se in Paterson nella vita di Adam Driver subentra l’irrazionale che porta una decisiva svolta (il cane che distrugge le sue poesie), in quella di Nathalie (Isabelle Huppert) tutte le persone che la circondano cambiano e compiono scelte: decidono gli altri, lei è felice delle sue certezze intellettuali. E nonostante ciò, L’avenir ci descrive e ci fa empatizzare con un personaggio che ha letto tanto sulle questioni più complesse dell’animo umano, ma non è capace di tradurre i concetti in fatti, di far sì che tutte quelle parole escano dai libri per sostanziarsi nel segno di un cambiamento. Tutto ciò che è ben radicato nel presente sembra ispirarle repulsione (le copertine dei libri ristampati) o le risulta ostico (trova confuse le argomentazioni di Zizek (2)). Nella sua rigida sicurezza di sé, ben esemplificata nella scena della lezione sul prato – in cui tenta di insegnare agli alunni non facendoli ragionare, ma imponendo verità vaghe e assolute – è l’unico personaggio del film di cui siamo certi che non avrà, appunto, un futuro neanche quando si troverà ad affrontare il dolore. Non è casuale che il segnale più forte di un ipotetico cambiamento si manifesti all’interno di una sala cinematografica: Nathalie viene infatti importunata da uno sconosciuto che tenta di baciarla; il cinema dona emozioni, ma richiede spettatori fermi e pazienti: e non potrebbe essere una metafora di lei che sta di fronte allo scorrere della sua vita? Affiora lo sguardo ottimista della regista (anche sceneggiatrice) in cui la volontà è ciò che ci spinge a costruire un futuro. La pudicizia con cui Mia Hansen-Løve filma la routine di questa donna viene violata solo dall’uso delle panoramiche a schiaffo, perché brutali sono per Nathalie i confronti con gli studenti in rivolta: una rottura troppo grande da accettare nel suo ben collaudato sistema di vita.

(1) tranne uno Schubert, a parere di chi scrive forse di cattivo gusto (seppur motivato in maniera extradiegetica nel suo dover descrivere un personaggio).
(2) saremmo tendenzialmente d’accordo con lei e lode all’ironia di MHL, tra le altre cose.

voto_4

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.