Sign In

Lost Password

Sign In

L'intrusa foto3

All’interno dell’ultima stagione cinematografica è evidente la vitalità di un cinema ben localizzato come quello napoletano. Un’industria all’interno del nostro paese che declina i generi più diversi adatti a fasce di pubblico eterogenee: dai vari film comici, spesso destinati a un consumo regionale (quelli in cui tutto grava sulle spalle dei comici di estrazione televisiva) e non (il caso di La Parrucchiera e il musical manierista Ammore e Malavita), fino al noir che dopo Gomorra sembra aver trovato nuova linfa (il poco visto Falchi, ideale – almeno sulla carta – punto di congiunzione tra la serie tv summenzionata e i cromatismi urbani di As Tears Go By di Wong Kar Wai). Niente di diverso da quanto accadeva già negli anni 50 (dai melodrammoni di un Fortunato Misiano ai musicarelli di Paolella o Giannini) e negli anni 80 (i film, spesso rivalutati dagli amanti del trash, dei vari Brescia e Grassia). Eppure, anche se oggi gli spettatori sono drasticamente diminuiti rispetto ad allora, fortunatamente all’interno di questo sistema riescono ad esprimersi anche personalità autoriali (più o meno) forti. Leonardo Di Costanzo è una di queste voci: partito dal documentario produttivamente grezzo ma dotato di sguardo poetico e di un certo pragmatismo nell’afferrare il reale nel suo divenire, sembrava nel 2011 aver saputo coniugare in una forma ideale il realismo e la finzione con L’intervallo, in cui lo spettatore non è tenuto a capire dove inizia e dove finisce il film di finzione. Con L’intrusa le ambizioni certamente si alzano in quella che, a nostro giudizio, ha l’aria di un’opera di transizione la cui materia sembra spesso protendersi verso la finzione totale.
L’intera vicenda è ambientata nella periferia di Napoli, in un centro di accoglienza per bambini chiamato La Masseria. Le immagini pongono continuamente in risalto questioni riguardanti l’apertura e la chiusura di questo luogo (il pieno e il vuoto, verrebbe da dire): alla luce del sole sembra accogliere, tra mille difficoltà, tutti i bambini che ne hanno bisogno, ma al suo interno permane l’ambiente piccolo e chiuso in cui vive Maria, che a sua volta verrà emarginata insieme alla figlia Rita. Non sembra voluto, eppure questa comunità e questo luogo, oggi più che mai, sembrano una metafora di Napoli: tutti si affannano ad aiutarsi a vicenda per costruire qualcosa (anche di futile), tutti devono convivere con mille incertezze e dubbi sul prossimo, e basta poco a far crollare l’equilibrio interno per mandare il progetto di partenza in frantumi. La metafora del gruppo è ricorrente nel cinema ambientato in questa città: si possono citare altri film giocati su un dentro conflittuale e un fuori imperniato di incertezze, come nella rappresentazione dei Sette contro Tebe in Teatro di Guerra di Martone o come nel gruppo familiare in Per amor vostro di Gaudino (autore che meriterebbe una fama ben più ampia). Ma L’Intrusa ci mette il personaggio di Giovanna, che non ha vissuto questa città e ragiona con logiche spesso incomprensibili ai suoi abitanti: segno di come la mentalità del luogo sia complessa da apprendere per chi è nuovo a certi meccanismi.
Il cinema di Di Costanzo sembra trovare qui il suo punto di elezione nei ragazzi a cavallo tra la fine della fanciullezza e l’inizio dell’adolescenza (come anche in A scuola e L’intervallo), come se volesse cogliere il nascere della futura maturità, gettare uno sguardo dubbioso su ciò che sarà. E il suo passato di documentarista emerge pienamente in L’intrusa: dalla fotografia livida che lascia parlare i luoghi che stanno fuori della comunità, questa periferia anonima, fatta di palazzi popolari, di vie interminabili e di impercettibili sprazzi di verde, a cui la mdp tenta di restituire un po’ di poesia, e spesso anche i non-attori lasciati in secondo piano. Tutto questo mostra un cineasta che ha ben presente anche le ragioni della fabula oltre a quelle del realismo. Si sa che lo scarto tra un documentario (o un film di finzione) e un qualunque reportage televisivo sta nel non dire tutto, nell’accettare l’obbligo di non chiudere le storie (cosa che assume spesso anche tratti morali): così, non sapremo mai con certezza quale futuro attende Maria e Rita, né avremo altre delucidazioni sulla mano ritrovata tra i cespugli. Dimostrazione che questo è cinema, che ci aiuta a capire meglio la realtà, ma che essa vive pur sempre fuori dallo schermo.

voto_4

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.