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LOVE AND MERCY

LOVE AND MERCY

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Amore e misericordia per i “due” Brian Wilson.

A Hollywood, si sa, piacciono le redenzioni, tanto da averci costruito sopra le inossidabili fondamenta del proprio storytelling, standard e risaputo. Di rado però la storia della musica pop regala spunti del genere, costellata più da affascinanti pulsioni autodistruttive che conducono a cadute nell’abisso, in cui vale l’equazione morte fisica uguale immortalità artistica (Hendrix, Cobain, Morrison, Joplin etc.)
Brian Wilson, che quanto a genio musicale non è secondo a nessuno di questi, anzi, fornisce materiale drammaturgico interessante, forse sconosciuto ai più. Lontano dalle derive masochistiche, Love & Mercy non diventa un film sul maledettismo, ma è più una sorta di biopic-compendio di ciò che è stato Brian Wilson in momenti topici della sua vita privata: genio musicale che paga il prezzo del suo talento con la stabilità mentale, almeno fino a quando l’amore non viene a riscattarlo regalandogli quel briciolo di misericordia tanto agognato – più che didascalico il titolo, che dà anche il nome a un brano di Wilson.
Love & Mercy, se vogliamo, è più simile a un biopic come quello su Johnny Cash Quando l’amore brucia l’anima – Walk the Line che a The Doors, almeno in quanto a potere salvifico della relazione amorosa (qui è quello che porta in dote la futura seconda moglie di Wilson, interpretata da Elizabeth Banks), elemento mai passato di moda a Hollywood. Segue pedissequamente le vicende di Wilson alternando la genesi della pietra miliare Pet Sounds nei ’60 e il rapporto dell’artista con il poco ortodosso analista Eugene Landy (Paul Giamatti).
Alternanza come elemento di maggiore originalità, con tutti gli aspetti positivi e negativi del caso; rischio di far interpretare il protagonista a due differenti attori compreso. Mancando di maledettismo, il che non è assolutamente un male, si punta a cogliere quelle sfumature esistenziali che rendono vivo un artista: bambino prodigio coccolato dalla famiglia, poi osteggiato quando troppo visionario, e di nuovo ben voluto se porta ricavi, perché inizialmente ciò che è grande risulta oscuro ai più. Non c’è nulla che non affascini almeno un pochino: l’eccentrico metodo di lavoro di Wilson, instancabile sperimentatore che portò animali in studio di registrazione sotto la guida del suo mentore ideale, Phil Spector; il rapporto col padre/padrone che avviò i ragazzi di famiglia alla carriera musicale; i cugini della band pronti a dare fiducia solo di fronte all’apprezzamento del pubblico (all’inizio poco convincente, Good Vibrations diventerà una delle maggiori hit del complesso). Paul Dano poi, regala tutta l’umanità possibile al suo personaggio, non avendo paura di mostrarsi ingrassato e sempre tra l’estatico in studio e fragile nei momenti intimi, non ultimi i suoi esperimenti con l’LSD.
Purtroppo, non merita lo stesso giudizio la parte con gli eventi più prossimi al presente, complici in negativo scrittura e interpretazioni. Cusack, nonostante lo sforzo, rimane costantemente fuori parte e sfoggia un campionario ormai stereotipato di vezzi tipici di chi ha conosciuto la malattia mentale, fatto di silenzi e sguardi nel vuoto. Banks (seppur qualcuno abbia lodato la sua interpretazione, anche in chiave “stagione dei premi”) e Giamatti non smettono mai di essere pure funzioni narrative, e piuttosto discutibili. Lei crocerossina, lui luciferino manipolatore che manca di ambiguità e la cui banalità non è salvata neanche dai momenti in cui vorrebbe far apparire il contrario (lo sfogo contro Wilson, incapace di aspettare il suo turno per un hamburger).
Che il film di Bill Pohlad (alla seconda regia in 25 anni e con grande esperienza di produttore) volesse prendere strade differenti e si sia dovuto piegare poi a logiche più mainstream? Forse; ma sta di fatto che la sceneggiatura di Oren Moverman non convince, complice anche il materiale fornito dalla biografia di Wilson. Sembra un’occasione persa almeno in parte ed è un peccato perché il personaggio, sconosciuto ai più nell’intimo, trova dell’interesse non solo tra gli adepti dei Beach Boys. Dietro le canzonette spensierate si celano i tormenti di chi è costretto a pagare dazio alla sua voglia giustificata di essere grande, venendo però presto e in tutta fretta rigettato nel calderone dell’amore banale e risolutore; quello necessario alla definitiva composizione del capolavoro Smile dopo anni (?), come da puntuale chiusa finale. Non che tutto ciò non sia nobile, ma suona un po’ fasullo, mancando nettamente di armonia, la stessa che la storia di questo film dalle due anime vorrebbe regalare.

voto_2

Matteo Catalani
Il cinema l’ha sempre accompagnato (ricorda ancora i pomeriggi passati davanti ai DVD dello zio in compagnia di Terrence Malick e Michael Mann, per poi scoprire come tenere la penna in mano grazie a Glengarry Glen Ross e ai film di Wilder) dirottandolo verso un’(in)felice carriera umanistica a discapito di un futuro scientifico già per lui preconfezionato. Ama lo storytelling in tutte le sue forme, che cerca di far sue con abnorme fatica. In attesa di svegliarsi un giorno avendo già nel cassetto un esordio alla Zadie Smith, o di venir selezionato come point guard titolare dai Portland Trail Blazers, trascorre i suoi indolenti pomeriggi guardando film e tentando di mettere ordine nei suoi pensieri (e nella sua vita). Con “Il Bel Cinema” è alla sua prima esperienza in un sito specializzato.