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MA RAINEY’S BLACK BOTTOM

MA RAINEY’S BLACK BOTTOM

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La produzione Netflix della pièce di August Wilson.

Dopo il Greenwich Village dei fratelli Coen e la Los Angeles di Damien Chazelle, le radici musicali del popolo americano tornano protagoniste nella produzione Netflix basata sulla pièce teatrale di August Wilson, Ma Rainey’s Black Bottom.

Il culo nero della cantante blues, interpretata da una Viola Davis ferina, si muove ondeggiando nella città di Chicago, per recarsi verso lo studio di registrazione in cui la sua band di musicisti afroamericani la attende per incidere alcuni pezzi. Dal gruppo emerge immediatamente il personaggio di Levee, un giovane trombettista interpretato da Chadwick Boseman alla sua ultima prova prima della morte, che inizierà ad allontanarsi dalla band a causa delle sue ambizioni di successo.

Il baricentro drammatico dell’opera teatrale di Wilson era rappresentato dalla cortese diffidenza con cui i musicisti blues si avvicinavano all’uomo bianco per strappare un contratto discografico o per cedere alcuni pezzi scritti di loro pugno in cambio di pochi dollari. Il film diretto da George C. Wolfe e prodotto da Denzel Washington – che aveva già ripreso Wilson con il suo ultimo lungometraggio da regista, Barriere - segue fedelmente l’opera originale, accendendo il testo drammaturgico con interpretazioni squisitamente enfatiche e teatrali. L’opera si sviluppa quindi all’interno di un unico edificio e in un solo giorno, dando vita a una struttura tripartita dal ritmo crescente, scandito dalle note blues della band e dalle urla sgraziate di Ma Rainey, che impone con perfidia e sarcasmo i suoi uzzoli da regina nera. Allo scopo di rimanere quanto più aderente possibile alla vena teatrale dell’opera, anche la regia appare particolarmente misurata, con numerosi piani americani e un impiego quanto più possibile ridotto del campo e controcampo, mentre la fotografia accende i colori caldi di Chicago facendo brillare il sudore sulla pelle di Viola Davis e l’ottone della tromba di Boseman.

In un contesto verticale a due piani che ricorda il pluripremiato Parasite, distinto in un lugubre sottoscala per le prove della band e una comoda sala di registrazione dove Ma Rainey bivacca in attesa di una Coca Cola, si alimentano i due sentimenti contrastanti che incalzano Levee. È odio profondo verso i padroni bianchi, che calzano la comoda veste di produttori discografici per raccogliere ogni goccia della linfa sgorgante dall’affermazione del Blues, e al contempo è fiducia nelle capacità degli artisti neri di riscattarsi con la propria musica. Lo slancio carico di speranze di Levee resta ingenuamente agganciato al parere dello stesso produttore discografico di Ma Rainey, le cui parole nel secondo atto innescano un finale allucinatorio che si esaurisce nel ghetto dei reietti, fino a giungere all’ennesima grande beffa dell’uomo bianco. Perché «Dio odia i neri».

voto_4

Alberto Ferrante
Nasce a Catania nel 1995. Nella prima adolescenza inizia ad avvicinarsi al cinema, facendo rapidamente della settima arte il suo grande amore, insieme alla letteratura. Con le prime visioni di C’era una volta in America e Toro Scatenato inizia a percepire, come affermava Tarkovskij, ciò che risiede al di là dell’inquadratura. Così, si dedica alla ricerca di stili e tagli espressivi sempre nuovi. Ama i grandi classici europei, la New Hollywood, il cinema orientale e quello sudamericano, sostenendo sempre le piccole e pregevoli produzioni italiane. Scrive anche di cultura, cronaca, economia e tecnologia.