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MAD MAX: FURY ROAD

MAD MAX: FURY ROAD

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Una re-immaginazione dell’universo di Mad Max.

Mad Max, di nuovo, esattamente trent’anni dopo. Outsider non incasellabile, l’australiano George Miller poteva avere Hollywood ai suoi piedi, ma se ne è sempre mantenuto a distanza, ai bordi. Nelle ultime due decadi si è dedicato a maialini (i due Babe) e pinguini parlanti (i due Happy Feet) e nient’altro. Ora, a settant’anni suonati torna con un blockbuster accarezzato per tantissimo tempo, ostacolato, ritardato, dai costi esorbitanti (circa centocinquanta milioni di dollari, un investimento rischioso da parte della Warner), ovvero un nuovo capitolo della saga di Mad Max. Non un sequel, non un reboot come si usa oggi, quasi una re-immaginazione del ciclo post-apocalittico che ha portato Miller (e il suo protagonista Mel Gibson) al successo planetario.

Ma come poter dire qualcosa di nuovo su un immaginario che nel corso degli anni è stato più volte imitato, clonato, svuotato e che ormai è privo di senso? Se Interceptor (Mad Max, 1979) era e resta soprattutto un rozzo e violento revenge movie, con il sequel Interceptor – Il guerriero della strada (The Road Warrior, 1981) il regista centra il capolavoro mettendo a ferro e fuoco la storia della fantascienza futurista da lì agli anni a venire, con un cult inarrestabile che diventa immediatamente la pietra di paragone per chiunque provi a cimentarsi con lavori di tale portata. L’influenza del secondo Mad Max si estende dal cinema agli altri ambiti della cultura pop, dai fumetti (Ken il guerriero arriva da lì), ai videogames, ai serial televisivi. Forse conscio della portata rivoluzionaria del suo film, Miller, con il secondo sequel dedicato all’antieroe interpretato da Mel Gibson, sceglie quindi di non ripetersi, mutando l’action in una sorta d’avventura ottimista formato adolescente, che più che rifarsi ai film precedenti pare una versione aggiornata de Il signore delle mosche. Un episodio abbastanza curioso nella filmografia di Miller, ma anche il capitolo meno riuscito della saga: parliamo naturalmente di Mad Max – Oltre la Sfera del Tuono (Mad Max Beyond Thunderdome, 1985).

Tornando al presente, ci chiedevamo come fosse possibile dire qualcosa di nuovo su un genere che ha esaurito la benzina già da tempo. Bene, la risposta è che non è possibile. George Miller ne è consapevole e quindi gioca al rialzo: prende la struttura di The Road Warrior (con qualche elemento del primo film nel prologo) e la imbottisce di steroidi, confezionando un action roboante e sfrenato che corre filato per 120′ senza mai pigiare il piede sul freno. Strutturato come un unico, lunghissimo, tonitruante inseguimento in mezzo al deserto australiano di un futuro non meglio precisato, Mad Max – Fury Road è senza alcun dubbio una coraggiosa dichiarazione d’intenti rivolta all’attuale industria hollywoodiana e al pubblico dei multiplex, che vorrebbe ambire ad essere il punto di non ritorno del cinema action contemporaneo. Ovvero, l’azione è il film stesso, non v’è nient’altro (anche i dialoghi sono quasi del tutto sacrificati e scarnificati, prendete ad esempio la prima mezz’ora). Il film è puro e costante movimento, a rischio saturazione. E quando la pellicola rischia di incepparsi e ripetersi si torna sui propri passi, indietro, letteralmente, con un terzo atto che non a caso riporta alla mente le tematiche del precedente capitolo della serie, il suddetto Thunderdome, sostituendo ai ragazzini che dovevano rappresentare il futuro della razza umana, un gruppo di bellissime e fertili donne.

E’ la donna, il genere femminile, la vera protagonista di Fury Road. Il baricentro morale della pellicola è Charlize Theron, Imperatrice Furiosa, rasata e con un braccio amputato (ma pur sempre bellissima) che fugge nel deserto cercando di mettere al sicuro cinque ragazze spaventate e garantire loro una speranza lontana da un mondo marcio, popolato e governato da uomini orrendi e deformi. In antitesi ai film che lo hanno preceduto, in Fury Road Max per la prima volta subisce gli eventi, non ne è l’agente scatenante, è “solo” un comprimario in un disegno più grande. Anche per questo Tom Hardy lo interpreta con piglio sommesso, lontano dal carisma e dalle spavalderie del divo Mel Gibson, caratterizzandolo con fare balbettante e insicuro, costruendo il personaggio con intelligenza, senza fretta, senza farne l’ennesimo eroe di plastica. Rifiutando solo apparentemente l’attuale uso e abuso della CGI (basti pensare alla lisergica sequenza della tempesta di fulmini) Miller ne fa invece un impiego creativo e immaginifico, rendendo ogni immagine (tra le altre cose, straordinaria fotografia di John Seale) singolarmente spettacolare, ricca di dettagli e sorprese che non possono esaurirsi nel corso di un’unica visione.

Probabilmente manca la scintilla che avrebbe fatto di questo Fury Road un film “fondante” e davvero indimenticabile, e se sono senza dubbio esagerati gli entusiasmi di certi cinefili che hanno prontamente gridato al capolavoro, è anche vero che un film come questo, al netto di pregi e difetti, merita senza dubbio rispetto e d’esser difeso. Da segnalare la martellante colonna sonora (molto hanszimmeriana, se ci passate il termine) composta dall’ex dj Junkie XL.

voto_3

Alex Poltronieri
Nasce a Ferrara, vive a Ferrara (e molto probabilmente morirà a Ferrara). Si laurea al Dams di Bologna in "Storia e critica del cinema" nel 2011. Folgorato in giovane età da decine di orripilanti film horror, inizia poi ad appassionarsi anche al cinema "serio", ritenendosi oggi un buon conoscitore del cinema americano classico e moderno. Tra i suoi miti, in ordine sparso: Sydney Pollack, John Cassavetes, François Truffaut, Clint Eastwood, Michael Mann, Fritz Lang, Sam Raimi, Peter Bogdanovich, Billy Wilder, Akira Kurosawa, Dino Risi, Howard Hawks e tanti altri. Oltre a “Il Bel Cinema” collabora con la webzine "Ondacinema" e con le riviste "Cin&media" e "Orfeo Magazine". Nel 2009 si classifica terzo al concorso "Alberto Farassino - Scrivere di cinema".