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MANCHESTER BY THE SEA

MANCHESTER BY THE SEA

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Rivedere distanze ed esistenze.

Una volta (o forse ancora oggi) a scuola si parlava dei luoghi dell’anima nella tradizione artistico-letteraria: luoghi in cui l’io letterario aveva lasciato il suo cuore proprio perché erano carichi di significato nell’introspezione e nell’elaborazione poetica dello stesso. E così è anche la cittadina che dà il titolo al terzo lungometraggio di Kenneth Lonergan: villaggio marittimo del New England ancora ricco di fascino, ma che ha perso ormai da un pezzo il suo alone mitico di paesaggio a stelle e strisce per eccellenza, come tipologia di uno dei luoghi forgiati da Herman Melville, Nathaniel Hawthorne, Jack London, per citarne alcuni, nelle loro opere immensamente americane.
Pur trovandosi a un’ora e mezzo da Boston, o dalla sua periferia almeno, per Lee Chandler (Casey Affleck) è tutto il contrario. Custode condominiale autoesiliatosi per qualche ragione in un seminterrato, si vede costretto a tornare nella sua città natale dopo alcuni anni a causa della morte del fratello (Kyle Chandler), il quale lo ha nominato a sorpresa tutore del figlio adolescente Patrick. Per lui la distanza è equivalente a quella che c’è tra la Terra e la Luna e per poterla colmare sembra costretto a un percorso di redenzione che tutti quanti vogliono, tranne che il diretto interessato.
Continui salti temporali non fanno altro che rivelare, come in molti film indipendenti americani, un classico campionario di moderato sbandamento familiare: il fratello con una malattia congenita che non ha più di un decennio di vita, una cognata alcolizzata, un’esistenza banale fatta di amicizie ai limiti del balordo, qualche birra di troppo. Ma c’è molto di più: sì, perché è necessario che a un certo punto entri in scena la tragedia. Lee, al suo ritorno in una cittadina in cui tutti sanno tutto di tutti viene costantemente additato, incredulamente riconosciuto come qualcuno che ha osato ritornare. Il perché è presto detto: per andare a fare rifornimento di birra Lee ha inavvertitamente lasciato incustodito il camino che ha bruciato la sua casa e arso vivi i tre figli avuti con la moglie Randi (Michelle Williams).
E da lì tutto il film. Fatto di momenti difficili nella gestione di un adolescente problematico come tanti o nell’organizzare la logistica di un riluttante trasloco. Ma soprattutto un film che parla di paternità recisa, quella del protagonista, della quale la distanza tutta interiore con Boston (ma potrebbe essere un’altra grande citta qualsiasi degli USA) sembra voler riannodare i lembi lacerati per regalare ancora un barlume di speranza a chi si batte nella continuazione della specie.
Il regista ci accompagna nella (autoimposta) regressione antisociale di Lee, un uomo che risponde costantemente a monosillabi, e rigorosamente solo se interrogato, prendendosi il suo tempo, anche nella durata forse eccessiva del film. Non c’è spazio per i giudizi, ma solo per il racconto, freddo e appassionato al tempo stesso. Il montaggio sincopato di una stessa situazione, i silenzi impercettibilmente eccessivi, che concedono giusto il tempo di un imbarazzo che vorremmo fosse fatto a pezzi da un personaggio fantastico comparso dal nulla, sono la cifra di un film che però cerca sempre uno scarto decisivo: che forse non arriva.
Come succedeva nei suoi lavori precedenti, Lonergan ci prova anche stavolta con la musica classica d’accompagnamento alle scene madri, per elevare il ritratto di un’umanità grigia e banale, quasi grottesca verrebbe da dire. Ma ci riesce solo in parte. Certo, Lonergan è bravo a farci sorridere del minimo scivolamento dal patetico nel farsesco che ogni tragedia oggettivamente si porta dietro, ma lascia troppe volte il dubbio di voler cercare quel guizzo che renda grande il suo film. Usando toni non nelle sue corde che non fanno altro che palesare lo stridore di alcune sequenze. Per quanto toccanti siano alcuni momenti (l’addio di Lee al fratello all’obitorio, i barellieri che non riescono a caricare la moglie in ambulanza dopo l’incendio, ecc.), altri sembrano voler spettacolarizzare un film che fin lì aveva fatto del racconto quasi analitico la sua forza (una su tutte la scena del funerale, pervasa dall’incessante musica e girata tutto al ralenti).
Nonostante ciò non si può dire che Lonergan, che veniva da un film decisamene sottotono e dal risultato pressoché indigeribile (Margaret, 2011), non ci abbia provato. Fa molto piacere il finale non scontato in cui Lee riesce a colmare almeno in parte il suo vuoto esistenziale di padre distrutto, accettando con rassegnata consapevolezza di non poter battere il mostro che Manchester ancora rappresenta per lui. Così come colpisce la recitazione (e sembra quasi banale dirlo) tutta in sottrazione di Affleck, circondato da ottimi interpreti quali Michelle Williams (in scena per pochissimo, il che forse non avrebbe giustificato una nomination agli Oscar, ma tant’è…), Lucas Hedges e Matthew Broderick, ormai a suo agio in personaggi algidamente provinciali. Tuttavia la sensazione che al film manchi sempre qualche centesimo per arrivare a un dollaro, rimane netta, così come è lecito dire che pur con tutta la buona volontà non ci si discosta poi di molto dalla media del film indipendente americano ben fatto.
Piccola curiosità: lo stesso regista interpreta il passante che rimprovera Affleck delle sue scarse qualità genitoriali.

voto_3

Matteo Catalani
Il cinema l’ha sempre accompagnato (ricorda ancora i pomeriggi passati davanti ai DVD dello zio in compagnia di Terrence Malick e Michael Mann, per poi scoprire come tenere la penna in mano grazie a Glengarry Glen Ross e ai film di Wilder) dirottandolo verso un’(in)felice carriera umanistica a discapito di un futuro scientifico già per lui preconfezionato. Ama lo storytelling in tutte le sue forme, che cerca di far sue con abnorme fatica. In attesa di svegliarsi un giorno avendo già nel cassetto un esordio alla Zadie Smith, o di venir selezionato come point guard titolare dai Portland Trail Blazers, trascorre i suoi indolenti pomeriggi guardando film e tentando di mettere ordine nei suoi pensieri (e nella sua vita). Con “Il Bel Cinema” è alla sua prima esperienza in un sito specializzato.