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MINDHUNTER

MINDHUNTER

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1977: l’agente speciale dell’FBI Holden Ford (Jonathan Groff) ha l’incarico di negoziatore presso l’Agenzia. Appassionato di profilazione criminale, grazie all’aiuto dell’esperto agente Bill Tench (Holt McCallany) e alla professoressa Wendi Carr (Anna Torv), intraprende un progetto che li porterà ad incontrare presso le prigioni del paese i più efferati criminali e assassini, allo scopo di capirne psicologia e modalità di pensiero, così da poterne anticipare le mosse nel corso delle indagini che dovranno affrontare.

Basata sul libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mindhunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit) scritto da Mark Olshaker e John E.Douglas, Mindhunter è la nuova serie targata Netflix creata dallo sceneggiatore inglese Joe Penhall (che per il cinema ha scritto The Road di John Hillcoat), e disponibile sulla piattaforma on demand dal 13 ottobre. Prodotta tra gli altri dal regista David Fincher che ha firmato anche quattro episodi della serie (1,2,9 e 10), Mindhunter già prima dell’uscita ha acceso l’attesa degli appassionati, soprattutto grazie al coinvolgimento del famoso regista americano.

Composta da 10 episodi, Mindhunter si propone come un teso thriller/drama condito di torbide atmosfere da giallo investigativo. Fin dai primi due episodi targati Fincher, il regista di Gone Girl imprime alla serie una confezione chirurgica, unitamente a una messa in scena asettica e a un occhio di grande pulizia registica. Assieme a Fincher, Asif Kapadia, Tobias Lindholm e Andrew Douglas raccontano il desiderio di entrare dentro la mente criminale per analizzarla sia attraverso la paura e il ribrezzo dell’agente Tench sia con l’estrema fascinazione dell’agente Ford. Mindhunter insiste sul concetto di devianza e sulla necessità di snidarla, in una narrazione oscura che porta a farci fare i conti con le cose che non vorremmo sentire. Proprio come l’agente Ford invita un gruppo di poliziotti a fare durante una lezione, lo show punta lo sguardo oltre il razionale, consapevole che per trovare la chiave della follia (come insegna anche Al di là del principio di piacere di Freud, puntualmente citato), è necessario uscire fuori dagli schemi, guardare alla pulsione di morte che è all’origine della devianza, appunto.

Rimanendo avvinta a chiari ed evidenti stilemi di genere, Mindhunter si circonda di riferimenti nobili che passano, forse per forza di cose, da Seven e da Zodiac e giungono fino al Manhunter di Michael Mann, ritornando quasi ossessivamente a un tema fincheriano quasi archetipico, costituito dall’ossessione malata per la verità che attraversa la mente dell’agente Ford.

Mindhunter si muove tra i contrasti e la loro negazione, è una serie che mantiene in bilico i personaggi sul limite tra capire e non capire, vedere e non vedere, e soprattutto affronta la necessità di accettare il tratto ignoto del Male, come i vari incontri con i criminali costringono a fare. Strutturata su un doppio binario narrativo che alterna le indagini alle interviste di Tench e Ford con gli assassini, dopo i primi due episodi, comunque già limpidi per chiarezza di toni e tematiche, Mindhunter si rifà a Il silenzio degli innocenti durante gli incontri tra Tench e Ford con il serial killer (realmente esistito) Ed Kemper, che ha modi quasi teatrali nel descrivere agli agenti – con fredda precisione – le motivazioni e il modus operandi delle sue stragi. Se nel terzo episodio viene messa in scena per la prima volta la risoluzione di un caso d’omicidio grazie alla deduzione e tramite notazioni psicologiche, Mindhunter sceglie però col procedere della vicenda di ampliare il conflitto tra il desiderio di capire e la difficoltà di accettare quanto si viene ad apprendere. Mindhunter offre così un ritratto quasi misantropo dell’umanità, con il killer Ed Kemper che diventa il simbolo del disprezzo verso gli altri e dell’odio e del rancore verso le donne: temi circolari che il serial caratterizza con dovizia nella rappresentazione degli assassini. Tench e Ford sono indotti ad addentrarsi nel buio (dell’anima? del nulla?) e scoprire la lucidità del Male, così come ad entrare in empatia con il disagio dovuto al rifiuto e all’abbandono da parte di un futuro omicida. Supportato da un cast che tra comprimari e figure secondarie risulta davvero notevole, Mindhunter è uno show che vive tra le anime divise dei due agenti protagonisti: dal rigetto e dalla disillusione del “vecchio” Tench alla pericolosa seduzione subita da Ford nel bussare a porte della mente che sono troppo oltre la razionalità, per chiunque, per non rimanere chiuse. Quando, negli episodi 5 e 6, Mindhunter si concentra narrativamente sulla macabra risoluzione del caso della morte di una ragazza in un paesino della Georgia e tenta di dare certezze al metodo Ford-Tench, finisce per assomigliare sempre di più a una voluta discesa agli inferi, con il killer Brudos che, tra rancore e perverse ossessioni, sa spostare l’oscurità dall’assassino alla legge.

La serie Netflix appare allora come un’opera sulla (im)possibilità di (ri)conoscere il male (anche quando forse questo non c’è, come conseguenza del fallimento dell’istinto di previsione scientifica). E nel nono episodio, dove torna in regia David Fincher, arriva anche la simbiosi quasi totale tra l’agente Ford e il criminale Richard Speck, laddove la prossimità tra agente e assassino non ha più differenza né di linguaggio (“8 belle fiche” è la frase che Ford usa per scatenare la reazione maschilista dell’assassino) né di carattere e metodi. Ma in una serie su killer e omicidi nella quale non ne viene messo in scena nemmeno uno, ma tutti vengono descritti, ipotizzati e raccontati a posteriori, colpisce come (nell’inquietante episodio finale) l’agente Ford non preveda, non capisca e non ci arrivi, malgrado la pretesa di essere riuscito ad “aprire” la mente criminale. Basta un movimento, basta un tentativo di abbraccio e capisci che non puoi riconoscere il Male, ma solo accettare l’impossibilità di affrontarlo.

Riccardo Tanco
Riccardo Tanco, classe 1993, Nasce a Bollate e vive a Novate Milanese. Diplomato al liceo linguistico nel 2012 comincia ad appassionarsi seriamente al cinema dopo una mistica visione di Pulp Fiction anche se consapevole che il cinema non è iniziato nel 1994. Ora da autodidatta e aspirante cinefilo cerca di scoprire i grandi autori del passato e i registi contemporanei sforzandosi di scriverne in maniera degna. Se glielo chiedono il suo film preferito è Apocalypse Now e ha come sogno nel cassetto fidanzarsi con l'attrice Jessica Chastain. Collabora con i siti Filmedvd, I-Filmsonline, SilenzioinSala e IntoTheMovie.