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MOCKINGBIRD

MOCKINGBIRD

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L’horror (teorico) definitivo dei nostri tempi.

Dai tempi di Scream (1996) l’horror è andato sempre più dichiarando la sua natura di congegno autoriflessivo che, nell’enunciare esplicitamente le convenzioni che lo reggono, letteralmente “chiama” lo spettatore avveduto all’interno del meccanismo, facendone non solo il testimone, ma anche il deus ex machina della persistenza del cinema orrorifico sullo schermo (sempre restando ai vari Scream, l’interesse per il whodunit è spesso minimo, superato alla grande dalla consapevolezza del pubblico di se stesso come unico centro motore: come dire che l’horror esiste non in quanto tale, ma perché esiste “ancora” una fetta di spettatori che “esige” quel genere, quei codici, quelle situazioni).

Tutto è ancora una volta cambiato come sappiamo nel nuovo millennio, con la comparsa e lo sfruttamento fino alla nausea del filone (non solo horror) del cosiddetto found footage, annunciato peraltro dal discusso (e discutibile) capostipite The Blair Witch Project (1999). Il successo di Paranormal Activity (2007) in particolare ha reso evidente che l’azzeramento delle strutture retoriche e la riduzione al minimo degli indicatori di genere possono ben rappresentare una via di ulteriore maturazione per l’horror, a patto di guardare altrove per rimpiazzare gli effetti di shock visivo propri del genere stesso: non a caso il film di Oren Peli si rifaceva ad un’ambiguità che ha nel cinema drammatico “borghese” e d’autore un modello tangibile, per insolito che ciò possa apparire.

Mockingbird sembra collocarsi al di fuori di questi antecedenti, pur riutilizzandone parzialmente le metodologie e, anzi, portandole avanti con mirabile capacità d’intreccio. Il regista Bryan Bertino, che aveva esordito con il teso (e riuscito) The Strangers (2008) e di cui si erano un po’ perse le tracce, è infatti capace di costruire un discorso teorico sottile e onnicomprensivo al medesimo grado. I tre protagonisti del film, la Famiglia, la Donna e il Clown, sposano in pieno la filosofia del gioco nella modalità del reality autoprodotto, annodando progressivamente e (ovviamente?) all’insaputa degli altri i nuclei tematici e sintattici di tutto l’horror contemporaneo in una situazione che – da manuale – sfugge al loro controllo. La sensazione di avere a che fare con protagonisti “stupidi” è la prerogativa di uno spettatore che conosce le regole a menadito e si aspetta la confluenza degli attori in campo in un’unica scena decisiva.

E Mockingbird chiude in effetti perfettamente il cerchio, fedele alla sua ambivalente natura di summa e di pastiche. Lo fa oltretutto con una magistrale e inventiva sequenza finale, degna del Mario Bava a cui rimanda con puntualità l’ultima scena, candidamente memore di Ecologia del Delitto. Film che non scorda mai nemmeno per un istante la sua natura derivativa, Mockingbird è però in grado di fare felici anche gli apostoli dell’autorialismo, presentandosi sotto le spoglie di un The Strangers 2 che fa i conti con i tempi. Senza contare le sembianze di balocco narratologico di primo livello. E se consideriamo infine anche una hybris che è per una volta davvero inappuntabile, Mockingbird si candida ad essere, insieme a It follows, l’horror definitivo del decennio.

voto_4

Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.