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La grande sfida tra la Storia e l’immaginario.

Cile, 1948: il poeta e scrittore Pablo Neruda (Luis Gnecco) viene incriminato dalle autorità per il suo appoggio al Partito Comunista e per aver criticato la politica del presidente Videla. Costretto a scappare e a vivere in latitanza, Neruda si organizza per lasciare il paese mentre il prefetto Oscar Peluchonneau (Gael Garcia Bernal) si mette sulle sue tracce con l’intento di arrestarlo.

Presentato in anteprima nella sezione Quinzaine des Realisateurs del Festival di Cannes 2016, Neruda è il quinto film di Pablo Larrain, un anno dopo l’ultimo Il Club, passato a febbraio di quest’anno anche nelle sale italiane. Dopo la trilogia della dittatura cilena composta da Tony Manero, Post Mortem e No – I giorni dell’arcobaleno, in cui Larrain affrontava di petto e con occhio lucido la storia recente del suo paese attraverso una capacità di racconto che univa analisi storica e immaginazione, con Il Club l’autore cileno aveva scelto di aggirare nettamente il racconto storico per parlare invece delle contraddizioni del luogo d’origine per mezzo di un’allegoria distruttiva limitata a un microcosmo come quello della Chiesa.

Con quest’ultimo Neruda, Larrain pare proseguire con un approccio che non guarda più direttamente alle vicende cilene ma ne parla comunque, così come non si assiste a un film su Neruda nonostante il celebre poeta ne sia protagonista indiscusso. Perché va subito detto che non ci si trova di fronte al convenzionale biopic sul personaggio o a un film che segue gli stilemi tipici del film biografico. Nulla di tutto ciò, perché Neruda è una sorta di dramma/thriller che si sviluppa come una caccia all’uomo ossessiva in cui i due soggetti coinvolti, Neruda e il prefetto che lo insegue, si sfuggono sempre a vicenda, ricostruendo le reciproche identità, toccandosi e citandosi in continuazione, ma incontrandosi solo quando sarà inevitabile.

Larrain usa Neruda per continuare la propria personale narrazione sul Cile, tornando ancora più indietro nel passato, precisamente nel 1948, creando però il senso dell’inquietudine per qualcosa che sta per accadere, come se il fantasma di un male profondo (Pinochet viene mostrato e citato una sola volta, e tanto basta) fosse già lì. Ma a parte l’ulteriore ragionamento o lettura del destino politico e sociale del Cile, Larrain si spinge oltre, anche rischiando talvolta di diventare irricevibile in complessità per chi guarda e fin troppo ermetico in alcuni punti; ma in questo thriller in cui è quasi impossibile entrare, Larrain si dimostra nuovamente grande regista nel far dialogare la Storia con l’immaginario, mischiando il materiale di repertorio con l’adattamento fino a farli diventare irriconoscibili o due anime di una stessa grande trama che è appunto la sfida tra Neruda e Peluchonneau, in una giostra di sceneggiatura “totale” in cui è improbo capire se è la Storia ad usare la scrittura cinematografica o viceversa.

E si torna allora al discorso iniziale, che Larrain ha sempre in mente il proprio paese anche quando non è per davvero nel suo film, ha sempre in mente l’insuccesso e la sconfitta (morale, personale e di stato) e in questo caso in Neruda prova a raccontare il fallimento della legge di un paese e dei meccanismi insensati che lo regolano di fronte al potere più nobile e giusto dell’arte.

voto_5

Riccardo Tanco
Riccardo Tanco, classe 1993, Nasce a Bollate e vive a Novate Milanese. Diplomato al liceo linguistico nel 2012 comincia ad appassionarsi seriamente al cinema dopo una mistica visione di Pulp Fiction anche se consapevole che il cinema non è iniziato nel 1994. Ora da autodidatta e aspirante cinefilo cerca di scoprire i grandi autori del passato e i registi contemporanei sforzandosi di scriverne in maniera degna. Se glielo chiedono il suo film preferito è Apocalypse Now e ha come sogno nel cassetto fidanzarsi con l'attrice Jessica Chastain. Collabora con i siti Filmedvd, I-Filmsonline, SilenzioinSala e IntoTheMovie.