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ORE 15:17 – ATTACCO AL TRENO

ORE 15:17 – ATTACCO AL TRENO

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Eroi per caso.

Il trentaseiesimo lungometraggio diretto da quell’icona vivente che risponde al nome di Clint Eastwood è incentrato sul drammatico episodio accaduto il 21 agosto 2015 a bordo del treno Thalys 9364 partito da Amsterdam alla volta di Parigi. Quel giorno tre ragazzi americani in vacanza in Europa, sventarono un attentato terroristico, riuscendo a mettere fuori combattimento un uomo armato fino ai denti deciso a compiere una strage. Il regista e attore californiano ha voluto che fossero proprio i tre protagonisti della vicenda a interpretare se stessi sul grande schermo. Questa scelta, curiosa, originale e rischiosa, risulta penalizzante da un lato e vincente dall’altro. La prova dei tre giovani, non essendo attori professionisti, è senza dubbio onesta e generosa ma abbastanza piatta, monocorde e legnosa. L’aspetto positivo invece è legato all’immediatezza e alla “genuinità” dell’operazione realizzata da Eastwood, che punta e si focalizza sulla verosimiglianza. La messa in scena delle fasi convulse, frenetiche e concitate in cui vediamo i tre ragazzi di Sacramento sventare l’attacco terroristico acquista così una maggior efficacia e credibilità. Sono scene veloci e essenziali, quasi anti-spettacolari, volte a riprodurre in modo scarno e diretto quei drammatici momenti vissuti dai passeggeri a bordo del treno. Ispirato al libro autobiografico scritto a sei mani dai giovani protagonisti, The 15:17 to Paris: The True Story of a Terrorist, a Train, and Three American Heroes, il nuovo film di Clint Eastwood presta il fianco ai facili e scontati attacchi di una certa critica che non gli ha mai perdonato il suo credo politico, la sua fede repubblicana. Eppure, Ore 15:17 – Attacco al treno è talmente limpido, talmente lineare e coerente col percorso artistico e la poetica di Eastwood che è difficile volergli male. Il grande autore americano crede in ciò che porta sullo schermo, filma e dirige con generosità, mista a una consapevole e matura ingenuità, senza temere di scadere nel retorico o nel didascalico. Nei flashback iniziali, in cui vediamo i protagonisti ancora bambini diventare amici, ritroviamo, in nuce, i valori che li accompagneranno fino all’età adulta. Dei tre è Stone l’”eroe” eastwoodiano, quello che inizia a lottare e impegnarsi per raggiungere il proprio obiettivo, per entrare nell’aeronautica con lo scopo di salvare vite umane. Salvare, non annientare, esattamente quel che accadrà sul treno, col ragazzo che soccorre un uomo ferito subito dopo aver messo fuori combattimento il terrorista. Basterebbe questo, insieme alla scena ambientata in Germania durante il tour in bicicletta al memoriale della morte di Hitler, dove Stone e il suo amico Anthony vengono scherniti dalla guida turistica perché convinti che siano stati gli americani – e non i russi – ad arrivare a Berlino e costringere il Führer a capitolare, per far comprendere a chi si ostina ancora a bollare Eastwood come un fascista reazionario di quanto si tratti di accuse miopi e ottuse, prive di fondamento.

Certo, viste coi nostri occhi smaliziati, da spettatori italiani, fanno un po’ sorridere le stereotipate vacanze europee dei tre giovani americani. Roma e le sue antichità con in sottofondo Volare, Venezia dove godersi un buon gelato in piazza San Marco (a giudicare da quel che vediamo, più che buono sembrerebbe turistico), Berlino e Amsterdam dove sballarsi e divertirsi prima di salire a bordo di quel fatidico treno diretto a Parigi e diventare eroi per caso, salvando decine e decine di vite umane. Il nuovo film di Eastwood è destinato a essere ricordato come uno dei titoli meno compresi e più sottovalutati della sua lunga carriera, ancor più di American Sniper che tre anni fa scatenò forti controversie e un acceso dibattito per la sua presunta ambiguità. Ore 15:17 – Attacco al treno è senz’altro un lavoro spiazzante, lontano dal suo stile abituale, meno attento alla forma e all’aspetto estetico. Non siamo davanti al miglior Eastwood e ovviamente non ambisce affatto ad esserlo, consapevole com’è dei propri limiti dovuti anche ad uno script non particolarmente riuscito o brillante, pieno di frasi banali che rispecchiano l’assoluta ordinarietà dei giovani protagonisti. Clint qui preferisce sperimentare e innovare, mettersi in discussione, abbondonare il proprio classicismo e ogni pretesa autoriale per muoversi libero, dando pochi punti di riferimento al suo pubblico e ondeggiando tra vari generi come il teen-movie, l’on the road e il thriller. Mica male per un signore che veleggia verso le 88 primavere.

voto_4

Boris Schumacher
Appassionato di cinema da che ne ha memoria, ha studiato Storia e Critica del Cinema a Firenze dove vive tuttora. Folgorato dal genio creativo di Stanley Kubrick e di Orson Welles, si autodefinisce un malato di cinema più che un cinefilo. Vero e proprio onnivoro, vede di tutto, dal cinema d’autore a quello di genere con un particolare occhio di riguardo verso l’horror e il thriller. Adora il cinema orientale, in particolare quello coreano, il cinema d’animazione (stravede per la Pixar e lo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki e Isao Takahata) e qualche anno fa è rimasto ipnotizzato e folgorato dalle opere del cineasta ungherese Béla Tarr. Scrive anche su Taxi Drivers, web magazine di cinema e cultura e Orizzonti di Gloria – La sfida del cinema di qualità. In passato ha collaborato con Cinemonitor e FilmVillage mentre su MyMovies ha pubblicato un approfondimento sulla serialità statunitense. All'inizio del 2012 ha creato Lost in Movieland, pagina facebook dedicata alla Settima Arte.